Perché non chiarire meglio la mia posizione sulla riforma del senato?

Perché non precisare se giudico vantaggiosa l’entrata di Etihad in Alitalia, se condivido il fiscal compact, quanto ritengo corretto che la Crimea si autodetermini con un referendum, se mi sembra una buona idea portare Totti ai mondiali e a che condizioni sono favorevole alla eutanasia?

Semplice: perché non lo so.

Perché non so veramente cosa sia e come funzioni il fiscal compact, non sono un esperto di politica internazionale e non so quasi nulla di diritto costituzionale. Di Totti so che ha una bella moglie e di Alitalia che non è mai il volo più economico quando devo viaggiare.

 

Sono tante le cose che non so, che ci posso fare?

A. Posso fingere di capirci, non è difficile incrociare quattro idee su qualunque argomento, sostenere l’opinione che mi è più simpatica (o, meglio, quella appoggiata da chi mi è più simpatico) e attaccare quella di chi la pensa diversamente: è lo sport più diffuso. Uno sport che, con qualche differenza negli avverbi (“innegabilmente” è molto più elegante di un banale “certamente”), è lo stesso nei bar di periferia e nelle cene di “livello”. È la soluzione più facile e diffusa, ma non è un bello sport: non serve a niente, non aiuta a capire e non aiuta a scegliere. Riempie solo il tempo di parole.

B. Posso non toccare mai il merito e limitarmi ad auspicare gli esiti migliori: “speriamo che si trovi una via d’uscita”, “che si mettano d’accordo”, “che questa crisi finisca presto”, “che non vincano sempre i soliti”. È la soluzione più innocua e a buon mercato, ma è “moscia”, totalmente inutile e fa il verso alla “pace nel mondo” e al “God bless America” delle miss appena elette e di certi parroci di paese alla fine dei matrimoni. Non serve neanche a riempire il tempo.

C. Posso informarmi, entrare nel merito delle questioni, cercare di farmi davvero un opinione mia invece di prenderla in prestito da qualcuno. Sarebbe certamente l’opzione più seria… a condizione di avere un sacco di tempo a disposizione (=non aver bisogno di lavorare), possedere una cultura enciclopedica, una rigorosa capacità di analisi e amici competenti (e comunque non basterebbe). Chi se lo può permettere?

 

Temo che alla fine dovrò fare pace con la realtà:

  • ci sono e ci saranno molte materie del cui merito non so e non saprò mai nulla: la realtà è sempre più vasta e complessa di quanto appare
  • ci sono e ci devono essere alcune questioni sulle quali posso (e devo) permettermi di approfondire, capire e farmi davvero una mia opinione (è chiaro che devo scegliere quali e spero di non ridurmi a “undici modi di fare la crostata alle visciole”)
  • è buona norma non parlare di quello che non so e distinguere con chiarezza quelle che sono opinioni mie da quelle che mi limito a riferire o alle quali semplicemente aderisco (magari cercando di essere in grado di dire perché)
  • delegare (non è una parolaccia, né una sconfitta) a chi è competente le decisioni da prendere, cercando di aumentare il più possibile il mio livello di consapevolezza, ma senza pretendere di saperne più di chi ha dedicato una vita a studiare quella questione; accettando –inevitabilmente!- il rischio di sbagliare nel decidere di chi fidarmi: potrei beccare il medico, l’avvocato o il commercialista incompetente, o che -nel mio caso- sbaglierà…
  • anche le questioni cosiddette “etiche”, sulle quali sembra che la competenza non serva, sono questioni complicate (forse anche più di quelle tecniche) e prima di sparare sentenze sarebbe il caso di farsi un giro -senza pregiudizi- soprattutto tra le ragioni di chi non la pensa come me.