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La scorsa settimana -come è noto- sette operatori umanitari sono stati tragicamente uccisi a Gaza da razzi sparati da un drone israeliano su tre veicoli della “World Center Kitchen”, una ONG che fornisce pasti caldi a vittime di disastri naturali o conflitti. “È stato un tragico caso in cui le nostre forze hanno colpito senza intenzione gente innocente”, ha affermato il premier israeliano Netanyahu, “questo succede in guerra”.

Non c’è dubbio che “questo succede in guerra” -algida constatazione riferibile a qualunque azione e a qualunque guerra-, il problema è se ancora esiste un limite a ciò che -persino in guerra- non dovrebbe succedere oppure se tutto in guerra è permesso senza alcuna limitazione. Quando osserviamo le più rilevanti guerre in corso (russo/ucraina e israelo/palestinese), il principio di Diritto Internazionale Umanitario “né la popolazione civile, né singoli cittadini od obiettivi civili devono costituire il bersaglio di attacchi militari” ci appare incredibilmente ingenuo e quasi ridicolo, come un codice cavalleresco d’altri tempi. Civili, infrastrutture, ospedali e scuole -al contrario-  sono ormai obiettivi sistematici e privilegiati, i più efficaci per fiaccare e piegare la parte avversa. A Gaza si è andati anche oltre il colpire gli obiettivi civili: arrivando ad utilizzare intenzionalmente la fame come un’arma, ad impedire che cibo e aiuti di base possano essere distribuiti alla popolazione attraverso corridoi umanitari ed ora anche ad uccidere direttamente chi -malgrado difficoltà e rischi- cerca di portare soccorso. Sparare sulla croce rossa non è più solo un modo di dire!

Sami al-Ajrami, giornalista che vive a Gaza e non ne è mai uscito dall’inizio del conflitto, riflettendo sulla reazione internazionale seguita all’uccisione degli operatori umanitari della ONG, scrive:

“A Gaza tutte le vite sono preziose allo stesso modo, sia quelle delle tante e generose persone che sono arrivate nella Striscia per aiutarci, sia quelle dei palestinesi. Ammiriamo e ringraziamo il lavoro degli operatori umanitari che per noi mettono a repentaglio la loro vita quotidianamente operando sotto le bombe. Quello che non possiamo accettare però è vedere che il mondo racconta la vita di sette persone come se avesse un valore diverso dalla vita di 33mila palestinesi. Tutti questi morti, oltre 10mila dispersi, 73mila feriti che non trovano cure, la sofferenza della popolazione in tutta la Striscia, la fame della quale la gente muore al Nord, non riescono a scuotere allo stesso modo la comunità internazionale?”

Questo passaggio ci rivela, una volta di più, il meccanismo mentale -spesso inconsapevole- che ci porta a considerare diversamente il valore della vita delle vittime in base a quanto ci identifichiamo in esse. Ci è più facile sentire “simili” a noi i sette operatori umanitari che migliaia di anonime (per noi!) famiglie di palestinesi; così come -nove anni fa- la foto di Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum con  la maglietta rossa, i pantaloncini scuri e le scarpe allacciate, ci commosse molto di più di quelle di centinaia di anonimi (per noi!) bambini africani annegati nel canale di Sicilia.

Proprio perché questo meccanismo si attiva inconsapevolmente è importante -anzi determinante- che vigiliamo perché esso non prevalga spingendoci a fare dei “due pesi e due misure” la normalità del nostro giudizio. “Indubbiamente -scrive il nostro amico Nino Sergi- le criminali efferatezze del 7 ottobre 2023, con le uccisioni, le brutalità, la presa di ostaggi innocenti, esigevano non solo una condanna ma anche una punizione dei leader di Hamas e del Jihad islamico. Ma una democrazia occidentale non può permettersi di procedere superando le brutalità che intende vendicare, commettendo quotidianamente crimini di guerra e contro l’umanità. Entrambi, il governo israeliano come Hamas, stanno commettendo gravi crimini in violazione del diritto internazionale umanitario.” 

Ci lascia senza parole assistere impotenti a tutto questo orrore, del quale sappiamo – o crediamo di sapere, ognuno a suo modo suo- storia, cause e ragioni, ma del quale non riusciamo però neanche ad immaginare una conclusione credibile su cui costruire  un futuro accettabile. Dobbiamo evitare a tutti i costi che terroristi senza scrupoli e droni senza volto -oltre alle persone- uccidano anche la speranza di venirne fuori.