Sono ancora qui, nel letto dell’ospedale Spallanzani, al quale molto devo e dal quale spero presto di congedarmi. Alla fine i malati si dividono in due grandi categorie: quelli che la possono raccontare e quelli che non ce l’hanno fatta; il mio Covid personale non è stato affatto tenero, ma sembra io faccia parte del primo gruppo e non ci sono parole sufficienti per dire quanto ne sono grato. Anche le esperienze più drammatiche – quelle in cui ti ritrovi davanti al bivio che non ammette terze vie e hai costantemente in testa la domanda “ma avrò detto loro che gli voglio bene?” – ci insegnano qualcosa e trasformano la nostra vita.

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Ognuno ha i suoi Covid e i suoi drammi, l’importante è riuscire a trarne l’insegnamento giusto. Ho letto questa settimana che anche papa Francesco, presentando il suo libro “Ritorniamo a sognare” che uscirà domani, identifica tre passaggi duri della sua vita che definisce le sue “tre situazioni Covid”: quella della polmonite del 1957, durante la quale “per mesi non ho saputo chi ero, se sarei morto o vissuto” che gli ha lasciato la dolorosa esperienza del limite; quella della solitudine che ti fa estraneo, durante il periodo in Germania nel 1986 in cui ha appreso “cosa conta davvero nel luogo che hai lasciato”; e quella dello sradicamento “che ti obbliga ad imparare a vivere da capo, a rimettere insieme l’esistenza”, durante i due anni a Córdoba dal 1990 al 1992. “Questi –dice papa Francesco- sono stati i miei principali ‘Covid’ personali. Ne ho imparato che soffri molto, ma se lasci che ti cambi ne esci migliore. Se invece alzi le barricate, ne esci peggiore”.

Credo sia vero e spero di uscirne migliore.

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Il percorso di ricostruzione che auspicavo nell’ultima newsletter, basato su un progetto comune e sulla fiducia reciproca costruita all’insegna del rispetto e del linguaggio condiviso non è solo un percorso personale. Il progetto comune -perché sia efficace- deve diventare un progetto istituzionale. La dimensione politica e quella economica non sono separate dalla vita delle singole persone: la condizionano e spesso ne definiscono le stesse possibilità di sviluppo.

Nel motivare il recente convegno di Assisi papa Francesco così si è rivolto ai giovani: “Le conseguenze delle vostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra.” Il convegno “Economy of Francesco” non ha, ovviamente, la pretesa velleitaria di sviluppare una nuova dottrina economica, ma di ribadire che i meccanismi e le regole oggettive di qualunque disciplina ne definiscono il funzionamento, ma non le finalità.

Se vogliamo costruire un percorso comune (economico, sociale e politico) è necessario prima definire “verso dove” vogliamo che questo percorso ci conduca, identificandone gli orientamenti generali e le finalità. Occorre insomma disegnare modelli condivisi che -malgrado la fragilità che ogni modello comporta- traccino una direzione chiara, allarghino gli orizzonti e creino appartenenza.

C’è molto da fare, c’è un “After Covid” tutto da inventare.