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Forse, prima di accapigliarsi sull’opportunità di trasmettere il breve intervento registrato di Zelensky durante il festival di Sanremo, sarebbe opportuno chiedersi perché la questione susciti tanto clamore. È certamente lecito coltivare dubbi, ma sollevarli utilizzando argomenti pretestuosi fa pensare che serva a coprire una scelta di campo che non si ha il coraggio di difendere esplicitamente nel merito o -più banalmente- che, a prescindere da Sanremo, non si voglia perdere l’occasione per far parlare di sé.

È pretestuoso -infatti- sostenere che Sanremo è un festival musicale e che non è opportuno inserire al suo interno “questioni diverse che vanno invece collocate in un altro contesto”: il Festival non è mai stato un evento esclusivamente musicale. Negli anni si sono succeduti numerosi monologhi, ospiti nazionali e internazionali che hanno parlato di molte cose, non solo di musica; ad esempio lo scorso anno il monologo di Drusilla Foer su “diversità e unicità”, nel 2020 quello di Rula Jebreal sulla violenza sulle donne, nel 2018 quello di Pierfrancesco Favino sulle migrazioni, o -per andare più indietro nel tempo- nel 1984 quando Pippo Baudo ospitò gli operai dell’Italsider a rischio licenziamento. Tra gli ospiti internazionali “non musicali” basta ricordare nel 1999 l’intervista di Fabio Fazio a Gorbachov.

Se invece il problema è di merito, perché si ritiene che -con una guerra in corso- non sia opportuno dare voce ad uno solo dei belligeranti, basta dirlo con chiarezza. Se qualcuno è ansioso di recuperare una elegante equidistanza tra le parti in conflitto, quale migliore occasione per cancellare la “trascurabile” differenza tra invaso e invasore, tra obiettivi (e vittime!) civili e militari e rimarcare così la propria “diversità” rispetto ad un anno di nette prese di posizione del parlamento (anzi di due parlamenti e due governi di segno opposto!) e dell’intera Unione Europea?

Una altra ala di dissenso rispetto alla trasmissione del messaggio di Zelensky è costituita da chi teme che la sua valenza inevitabilmente bellica giochi a sfavore di una prospettiva di pace. Ovviamente tutti vorremmo che prevalga una soluzione pacifica, ma solo un “pacifismo da social” può pensare che basti invocare la pace perché un equilibrio condiviso possa essere magicamente creato o ripristinato. Quando un diritto viene leso o un equilibrio si rompe, recuperarlo non è purtroppo mai semplice o esente da rischi. Mi torna insistentemente il ricordo di quando -trent’anni fa- don Angelo Cavagna in Bosnia, in pieno conflitto, tentò di attraversare simbolicamente il ponte Vrbanja che divideva le fazioni in guerra insieme a quattro volontari dell’associazione “Beati i costruttori di pace” e un cecchino colpì e uccise Moreno Locatelli, uno dei quattro. Ricordo le polemiche legate a quello che fu definito un “eroismo inutile” e le repliche di chi sosteneva che il coraggio di aver provato a fare qualcosa in prima persona per la pace meritava di essere ammirato.

Tutto sembra più facile visto da lontano: ammiriamo i giovani iraniani che rischiano quotidianamente la vita per chiedere il ripristino di libertà individuali che per noi -dietro la tastiera- sono scontate, e discutiamo accademicamente per giorni sull’opportunità di trasmettere un messaggio registrato di due minuti che ci ricorda la tragedia quotidiana di migliaia di persone in Ucraina. Nutriremmo gli stessi dubbi di opportunità se abitassimo a Kharkiv o nel palazzo di Dnipro sventrato dal missile?