In un suo interessante commento -pubblicato la settimana scorsa su Avvenire- Paolo Benanti giustappone l’enciclica di Leone XIV (Magnifica humanitas) a quella di Leone XIII (Rerum novarum) per rilevare l’evidente analogia tra la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo e quella -delle cui conseguenze iniziamo appena a renderci conto- dell’intelligenza artificiale applicata alla produzione e al controllo della conoscenza:
«Nel 1891 la questione non era il vapore. Leone XIII non scrisse la Rerum novarum per lamentarsi delle macchine a vapore né per celebrare i portenti del progresso industriale: scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato una capacità di controllo sulle vite umane in mani che non rispondevano di nulla a nessuno, e questo squilibrio stava distruggendo il tessuto sociale delle nazioni europee. Quando, centotrentacinque anni dopo, Leone XIV firma la Magnifica humanitas l’argomento è lo stesso, il soggetto è cambiato: non il capitale industriale ma il capitale computazionale, non le fabbriche ma i data center, non i padroni delle ferriere ma i proprietari degli algoritmi. Leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria.» QUI

Nella rivoluzione industriale di fine ‘800, fu soprattutto la creazione della fabbrica a cambiare la qualità del lavoro dell’uomo: l’impiego delle macchine si faceva sempre più intenso e diffuso; la subordinazione cui doveva sottostare l’operaio si faceva sempre più rigida sia nei confronti della macchina che nelle gravi condizioni in cui era costretto dalla organizzazione della fabbrica; l’occupazione dipendeva dall’andamento del mercato e dalla strategia dell’imprenditore. Su questa -allora nascente- “Questione operaia” la Rerum novarum richiama non solo la legittimità, ma anche la necessità dell’intervento dello Stato in ambito economico per monitorare e sanare le malattie del corpo sociale e per garantire a tutti i lavoratori degne condizioni di vita.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale -al contrario di quella industriale- non ostenta macchine e fabbriche, non si presenta invasiva, non fa sudare, non sembra modificare le nostre condizioni di vita e di lavoro… anzi sembra migliorarle: facilita la ricerca delle informazioni, accelera i tempi di produzione dei servizi, rende simultanee molte forme di comunicazione. Quasi non ci accorgiamo di quante informazioni relative alle nostre abitudini, alle nostre esigenze, alle nostre preferenze e alle nostre convinzioni rilasciamo in continuazione anche solo semplicemente navigando su internet, facendo acquisti, viaggiando, mangiando, scrivendo… tutti dati che -opportunamente processati- costruiscono quegli algoritmi che orientano la nostra domanda e condizionano le nostre scelte, riducendo -in ultima analisi- la nostra libertà e la nostra identità individuale.

In relazione all’intelligenza artificiale -nella quale siamo già immersi- il problema non è più se governarla ma chi governa chi, secondo quali criteri e con quale distribuzione reale dei benefici e delle vulnerabilità. Ed è esattamente questo il problema affrontato dalla “Magnifica humanitas” di papa Leone XIV.

Come nota acutamente Sergio Belardinelli, su Il Foglio, Leone XIV “ci dice che non si tratta di scegliere se dire di sì o di no all’intelligenza artificiale e alla tecnologia in generale, quanto di chiedersi quale idea di persona e di società risulta iscritta nei dati e nei modelli che guidano l’intelligenza artificiale”.
Da questo punto di vista l’enciclica è ancora più esplicita: “Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.” (Magnifica humanitas, n.106).

Era quasi più facile avere a che fare con i padroni delle ferriere!