Martedì 26 giugno 1945, a San Francisco, i rappresentanti dei primi 50 stati membri firmavano la “Carta delle Nazioni Unite”. Quei 50 non potevano ovviamente sapere cosa sarebbe successo negli anni successivi, né avrebbero immaginato che -ottantuno anni dopo- le firme in calce a quello statuto sarebbero state ben 193 (il 99% degli stati sovrani riconosciuti).
Un grande successo? Dipende dal metro con il quale vogliamo misurarlo, ma -a giudicare dallo stato di salute attuale- non si direbbe proprio: molte le critiche, alta la sensazione di inutilità, frequenti le accuse di ipocrisia. La diagnosi più benevola certifica la “fine di un’illusione”, la meno benevola ha già dichiarato la morte cerebrale.
Solitamente definiamo “illusione finita” una “speranza che ha deluso le aspettative”, ma spesso -come accade anche in altri ambiti della vita- la delusione deriva dall’aver legato quella speranza ad aspettative troppo alte. A quel punto la scelta è tra la fatica di ridefinire più pragmaticamente le aspettative o buttare alle ortiche ogni speranza di decisioni condivise, affidando il futuro dell’umanità alle quotidiane telefonate tra dittatori e alle perniciose esasperazioni dei comunicatori.
Ma che è successo all’ONU? Cosa ne è stato di quel mitico “palazzo di vetro” che da bambini vedevamo riprodotto sul sussidiario nel quale credevamo avesse sede una sorta di “governo del mondo” al di sopra delle parti?
Come è stato possibile che una intuizione così “alta”, nata dalla constatazione dello sfacelo a cui avevano portato le due spaventose guerre mondiali combattute nei trent’anni precedenti e dalla speranza che fosse possibile darsi regole condivise perché non accadesse di nuovo, sia oggi considerata un inutile carrozzone?
Sono davvero ormai solo merce avariata le sette finalità che i firmatari di San Francisco si dichiararono “decisi” a perseguire elencandole nel “Preambolo” dell’atto fondativo?
- salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità,
- riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole,
- creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti,
- promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, e per tali fini a praticare la tolleranza e vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti dì buon vicinato,
- unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale,
- assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune,
- impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli.
Conosciamo bene i punti di debolezza dell’ONU (ma li conoscevano già a San Francisco nel 1945):
- è utopistico pensare che l’ONU possa impedire i conflitti semplicemente condannando le violazioni delle regole;
- non ci si può aspettare efficacia diretta da decisioni e giudizi di un potere che non ha strumenti di coercizione;
- alcune organizzazione interne (es: i caschi blu) possono svolgere una funzione poco più che simbolica;
- l’esercizio del diritto di veto del Consiglio di Sicurezza può vanificare le decisioni dell’Assemblea riducendola ad un parlatorio senza poteri reali.
Forse però -proprio perché queste debolezze sono reali- le domande da porci dovrebbero essere diverse:
- sarebbe più sicuro un mondo senza ONU, lasciato in balia della legge del più forte senza neppure una sede in cui denunciare le violazioni?
- benché spesso operativamente inefficace, quale altro soggetto potrebbe costituire un “luogo” di incontro, di discussione e di proposta in un orizzonte di stabilità?
- possono gli interessi economici e gli equilibri militari garantire -da soli- la stabilità delle relazioni internazionali?
In sintesi, è davvero una buona idea buttare via bambino e acqua sporca e massacrarci a vicenda in un’altra guerra mondiale prima di ritrovarci (a pezzi), un secolo dopo la firma di San Francisco, per ricominciare tutto da capo, magari con meno ingenuità? (E poi, fu davvero “ingenuità” o non piuttosto “speranza convinta” che la moral suasion dei valori elencati nel “preambolo” avesse davvero la forza di scongiurare il ripetersi di dinamiche come quelle che ci avevano portato alla soglia della catastrofe irreversibile?)
Forse sarebbe più saggio procurarsi una bicicletta nuova prima di rottamare quella vecchia e restare a piedi sotto la pioggia.
