La storia del pensiero economico è -in larga misura- la storia della contrapposizione tra due visioni fondamentali:
-il liberismo, fondato sulla convinzione che il mercato si autoregoli in modo efficiente e lo stato deve limitarsi a garantire le regole del gioco (difesa, giustizia, sicurezza, tutela della proprietà privata) senza interferire nelle transazioni;
-il collettivismo, fondato sulla convinzione che il mercato -lasciato alle sole forze spontanee di domanda e offerta- non garantisca l’accesso ai servizi essenziali a tutti i cittadini, tendendo inevitabilmente a concentrare risorse e benessere solo su una parte di essi: lo stato deve interferire nella misura necessaria a perseguire efficacemente una adeguata equità sociale.
Come sempre, quando si giustappongono due opposte visioni, la partita si gioca sull’equilibrio tra le reciproche paure, i reciproci estremismi e le reciproche accuse: un derby senza fine perché nessuna delle due parti sarà mai pienamente soddisfatta dell’equilibrio di volta in volta raggiunto e comunque destinato alla precarietà.
I liberisti “assoluti” lamenteranno sempre le inefficienze burocratiche, l’eccesso di imposte, la mancanza di incentivi all’innovazione e la limitazione della libertà individuale; i collettivisti “assoluti” lamenteranno sempre le eccessive disuguaglianze sociali, le concentrazioni monopolistiche di ricchezza e l’insufficienza delle risorse per i servizi di base per tutti.
Come è noto, la maggior parte delle economie occidentali adotta un modello ibrido, in alcuni casi più liberale che collettivista (es. Stati Uniti, Irlanda, Singapore), in altri più collettivista che liberale (es. Scandinavia, Italia, Spagna): iniziativa privata e libero mercato convivono con l’intervento regolatore dello stato che interviene -tramite le politiche fiscali- soprattutto nel meccanismo dei servizi di welfare (sanità, istruzione) e di sostegno all’inclusione (disoccupazione, integrazione).
Ovviamente la contrapposizione e il dibattito si sviluppano intorno alla “misura” dell’intervento dello stato, sia sul versante delle entrate (le politiche fiscali), sia su quello delle uscite (la spesa sociale).
I liberisti giudicano le politiche fiscali eccessive così come le regolamentazioni, la burocrazia e gli interventi che alterano la finalità informativa dei prezzi, penalizzando il mercato, la crescita e l’innovazione. Daniele Vecchi, Executive Director di Aldar Properties PJSC, così sintetizza il punto: “L’economia di mercato si fonda su scambi volontari: domanda e offerta determinano i prezzi, che incorporano informazioni essenziali per consumatori e imprese. In questo sistema, dove nessuno è obbligato a transare, milioni di decisioni decentralizzate coordinano produzione, investimenti e consumi senza bisogno di un’autorità centrale. La concorrenza premia innovazione, efficienza e capacità di soddisfare il cliente.” (Daniele Vecchi, Il mercato e lo stato, in Leoni Blog QUI)).
I collettivisti ritengono invece che -in assenza di un’autorità centrale che si faccia carico di assicurare tutele e servizi essenziali anche a chi è ai margini del sistema produttivo- il mercato non avrebbe interesse a farsene carico acuendo così progressivamente l’esclusione sociale di chi ha meno risorse e opportunità.
Indubbiamente possono verificarsi sprechi di risorse e -peggio ancora- accade che alcune decisioni politiche siano talvolta guidate più dal clientelismo che dalla convenienza economica, tuttavia è difficile credere che la spinta verso una maggiore equità sociale -che corregga le disuguaglianze- possa mai rientrare tra le priorità di un mercato che si “autoregola”.
Torniamo così alla questione della “misura” e dell’”equilibrio” fra i due diversi approcci: non si tratta di decidere quale sia giusto e quale sia sbagliato, rispondono a due esigenze (la produttività e l’equità sociale) entrambe necessarie. Il difficile è trovare il punto di equilibrio consapevoli che -con il mutare degli eventi e delle condizioni economiche- non sarà mai stabile e dovrà continuamente essere modificato.
E’ una partita intensa che non dura solo novanta minuti: ognuna delle due squadre è convinta delle sue ragioni e gli spettatori non sono solo tifosi della domenica, ma pagano il conto delle scelte sbagliate.
E’ una partita difficile, inevitabile e non c’è neanche l’arbitro. Un derby infinito.
