Le olimpiadi sono un rito longevo come pochi: nell’antica Grecia –dal 776 a.C. al 393 d.C.- se ne tennero ben 292 edizioni; nell’era moderna la manifestazione –ripresa, questa volta su scala mondiale, nel 1896– si è svolta trentatre volte, oltre alle ventiquattro dedicate ai giochi invernali: quella attualmente in corso a Milano-Cortina è la venticinquesima.

Come è noto nell’antichità durante i giochi olimpici le guerre erano sospese, anzi di più: la tregua riguardava tutte le inimicizie pubbliche e private, e nessuno poteva essere molestato, specialmente atleti e spettatori che dovevano attraversare territori nemici per recarsi ad Olimpia. Anche in epoca moderna, dal 1992, in occasione di ogni olimpiade il Comitato Olimpico chiede ufficialmente alla comunità internazionale di osservare la tregua olimpica: una richiesta evidentemente disattesa al punto che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, iniziò a febbraio 2022 proprio mentre erano in corso -in Cina- le Olimpiadi invernali di quell’anno.

 

Giovedì scorso l’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, uno dei favoriti della gara di skeleton, è stato squalificato dalle gare delle Olimpiadi di Milano Cortina perché intendeva indossare un casco senza scritte, ma con le foto dei 24 atleti ucraini che sono morti dall’inizio della guerra, al fronte o come civili. Il casco -secondo il Comitato Olimpico Internazionale- violava la “regola 50” della Carta Olimpica, mentre  -secondo Heraskevych– non violava nessuna regola, perché non conteneva messaggi politici, ma solo il ricordo di atleti uccisi.

La “Regola 50” della Carta Olimpica stabilisce infatti che «in qualsiasi sito, sede o altra area olimpica non è consentita nessuna forma di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale». È la regola in base alla quale alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 furono mandati via dal villaggio olimpico i due velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos, che sul podio dei 200 metri avevano fatto il gesto del pugno chiuso legato al movimento per i diritti civili degli afroamericani. 

Mark Adams, portavoce del CIO, ha provato a spiegare la posizione del Comitato, messa in discussione da più parti anche perché il caso del casco di Heraskevych è particolarmente al limite (un ricordo funebre è politica?); ha detto che per quanto si possa «simpatizzare o essere d’accordo con quel messaggio, una volta che apriamo la porta a quell’espressione, è difficile fermare quella di qualcuno con cui potremmo non essere d’accordo».

 

Ma cosa è politica e cosa non lo è?  Il CIO stesso fa politica, anche solo nella scelta delle sedi dei Giochi, e gli atleti sono lì letteralmente per rappresentare il proprio paese: sfilano con le bandiere, cantano gli inni. Niente di più politico.

E’ certamente bello ed emozionante vedere giovani di diverse nazionalità, etnie, culture, lingue, religioni… gareggiare fianco a fianco, guardarsi negli occhi, rispettarsi e complimentarsi reciprocamente: sembra impossibile pensare che quegli stessi giovani potrebbero -in circostanze diverse- uccidersi l’un l’altro. Eppure è quello che è successo -e non sono i soli- ai 24 atleti il cui volto era riprodotto sul casco di Vlady.

 

Il mio timore è che le diverse dimensioni del nostro vivere siano ormai così intrecciate e interdipendenti che non riusciamo più a distinguerne i confini; il tentativo di marcare delle “zone franche”, distinte dalla complessa realtà politica in cui tutti -volenti o nolenti- viviamo, sembra destinato a fallire o a rimanere puramente simbolico, peraltro non esente da ambiguità.

Pierre de Coubertin -fondatore delle olimpiadi moderne- sognava di avvicinare le nazioni e di permettere ai giovani di tutto il mondo di confrontarsi in una competizione sportiva, piuttosto che in guerra: era convinto che la rinascita dei Giochi avrebbe permesso di raggiungere entrambi gli obiettivi.   E’ ancora possibile crederci? Cosa rappresentano oggi quei cinque cerchi annodati insieme? La nostalgia di un equilibrio che avrebbe potuto essere o la speranza che -moltiplicando le occasioni di conoscenza reciproca tra le persone e le culture (il “maledetto” mondialismo oggi sul banco degli imputati) quell’equilibrio sia ancora concretamente perseguibile?
Io preferisco la seconda ipotesi (le nostalgie non mi appassionano).