Quando visitiamo paesi nei quali la maggioranza della popolazione è di religione islamica, una delle differenze più appariscenti è l’abbigliamento delle donne che spesso indossano il “velo islamico” di diverse fogge e misure (shayla, hijab, chador, niqab…), a seconda delle tradizioni del paese, della rigidità dei costumi e delle convinzioni delle persone. Molti visitatori “occidentali” immaginano (applicando a quella situazione il ragionamento che farebbero loro) che quel tipo di abbigliamento sia -sempre e comunque- dovuto ad una imposizione esterna (legale, sociale o religiosa) di cui quelle donne -se potessero- farebbero volentieri a meno per vestirsi diversamente. In alcuni paesi quell’abbigliamento è certamente imposto, ma non è così per i due miliardi di musulmani che vivono in oltre sessanta paesi (Indonesia, India, Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Egitto, Turchia…). Difficilmente invece ai visitatori occidentali viene in mente che -ragionando specularmente- persone di altre culture percepirebbero il loro abbigliamento estivo (pantaloncini, canottiere, …) come una mancanza di pudore, di dignità e di rispetto per se stessi.

Il fatto è che ciò che a noi sembra “normale”, ciò che a noi appare “buon senso”, è in realtà il prodotto della nostra educazione culturale del periodo storico in cui viviamo, esattamente come per ciascuna delle altre culture.

Si chiama etnocentrismo la tendenza a usare la propria cultura come metro di paragone per giudicare le altre, considerandole -inevitabilmente- “inferiori” o “sbagliate”. E’ una tendenza caratteristica di ogni gruppo umano e non è legata alla maggiore o minore complessità di una società rispetto a un’altra: a volte “scatta” su questioni esteriori (abbigliamento, alimentazione, tradizioni familiari), a volte si estende ad ambiti più profondi (etici, religiosi, valoriali) e allora diventa più difficile contenerne gli effetti divisivi. E’ la differenza in quanto tale che fa scattare la reazione etnocentrica: il sospetto, il ridicolo, il disprezzo, l’orrore. La differenza finisce per rappresentare il disordine, cioè ciò che la cultura di chi la percepisce come tale ha tagliato fuori, ha eliminato, riposto nell’impuro, nell’esecrabile.

Da oltre un secolo gli etnologi hanno messo a fuoco la nozione di “relativismo culturale” cioè la convinzione che ogni cultura dovrebbe essere compresa e vagliata assumendo come parametri solo quelli in essa vigenti e non quelli di chi la osserva. Ovviamente conoscere le altre culture non vuol dire assumerle come nostre. Come ben precisa l’antropologo Italo Signorini (1935-1994): “Non essere etnocentrici non significa ovviamente “diventare” l’altro: abbiamo tutto il diritto di seguire il cammino indicatoci dalla cultura in cui siamo nati (come d’altra parte anche di distanziarcene), e anche di non amare certi modelli diversi; ma ciò che di essi non ci è consentito, è l’ignoranza, madre intellettuale e morale della stupidità, della prevaricazione, del razzismo.” Il problema non è dunque se a noi piaccia o non piaccia un certo modo di alimentarsi, vestirsi o dar vita ad una nuova famiglia, il problema è quella sorta di etnocentrismo “inconsapevole” che ci porta a giudicare disgustoso e primitivo -in assoluto- mangiare insetti proprio mentre gustiamo con piacere gamberi o granchi, che biologicamente sono molto simili.

Ben più difficile e complesso è piuttosto definire il confine tra i contenuti propri di una determinata cultura e quelli che invece consideriamo propri di ogni donna e di ogni uomo indipendentemente dalla loro cultura di appartenenza: quelli cioè che consideriamo valori e diritti universali.

E’ più difficile e complesso perché il percorso che ha portato noi (noi chi?) a definire quelli che consideriamo valori e diritti “universali” è durato secoli, non è avvenuto (e non sta avvenendo) negli stessi tempi per tutte le culture e non è scevro dai condizionamenti delle componenti ideologiche e religiose in cui matura.

Rispettare chi pensa, giudica e agisce in modo diverso da quello che noi riteniamo “giusto” e “universale” (mentre ovviamente anche l’altro ritiene “giusto” e “universale” il suo) è l’unico modo per convergere gradualmente verso un patrimonio condiviso di valori e diritti che permetta davvero all’umanità di progredire concertando le decisioni senza strappi e anatemi reciproci.

Quando gli altri ci sembrano strani, è probabile che essi lo stiano pensando di noi.