Ricordate quelle estati sonnolente nelle quali il tempo rallentava e tutti davano per scontato che nulla di importante potesse succedere prima dei proverbiali “autunni caldi”? Le estati dei “governi balneari”, delle città vuote, dei “ci aggiorniamo a settembre”?   

Temo che quel tipo di estati -con il tempo sospeso- non esistano più: non siamo neppure sicuri se a settembre sarà ancora possibile fare benzina al distributore e a che prezzo, se a Kiev saranno ancora costretti a passare le notti nelle stazioni della metro; se a Beirut avrà ancora senso vendere i magneti con il numero 10452 che indica i chilometri quadrati del paese o se bisognerà ristamparli riducendo la cifra; se Trump -ormai trionfalmente ottantenne- avrà ancora voglia di trasformare Cuba in una dépendance di Mar-a-Lago o starà rivolgendo le sue salvifiche attenzioni ad una nuova missione che i posteri possano ricordare…

E allora che estate sarà?  

 

Azzardo qualche suggerimento:

  • un’estate nella quale prendere emotivamente le distanze  dall’ansia di sapere costantemente cosa sta accadendo (…come se l’essere noi informati potesse cambiare il corso degli eventi);
  • un’estate nella quale dedicarci a recuperare il senso delle proporzioni tra gli eventi che catturano la nostra attenzione (…le ultime su Garlasco non hanno lo stesso peso di una guerra in corso);
  • un’estate nella quale valorizzare le relazioni con le persone (…anche incontrandosi fisicamente e non solo comunicando a distanza);
  • un’estate nella quale approfondire il senso delle cose che facciamo (…troppe?);
  • un’estate nella quale riequilibrare l’uso del nostro tempo (…riprendendo il controllo tra quello che spendiamo per le cose che ci stanno a cuore e quello ci sentiamo costretti a spendere diversamente).

Se ci riuscissimo, penso che sarebbe un buon investimento e potremmo forse affrontare la ripresa di settembre con maggiore serenità, più autocentrati e meno ansiosi.

 

Nel saluto che sabato scorso, poco dopo il suo arrivo a Madrid, papa Leone ha rivolto alle autorità spagnole e al corpo diplomatico, ho trovato un suggerimento che può essere prezioso anche per noi quando -trovando faticoso approfondire e capire gli eventi e le loro cause- cediamo alla tentazione di arroccarci sulle nostre posizioni mandando definitivamente a quel paese chi non la pensa come noi: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle.” 

La complessità non è una condizione straordinaria, non è una terra straniera, è la normalità della vita ad essere complessa. “Apprezzare la complessità e abitarla” è certamente impegnativo, ma è l’unica via d’uscita dal conflitto perenne che avvelena i nostri tempi; “Apprezzare la complessità e abitarla” potrebbe essere un buon proposito per settembre e il prossimo anno: prepariamoci. 

Buona estate.