Come è noto, la “Quaresima” è una antica pratica religiosa cristiana (V secolo) consistente in un periodo di sei settimane che precedono la Pasqua, di cui è considerata preparatoria. In questo periodo ai cristiani viene chiesto di intensificare la riflessione sulla loro fede e di praticare -in modo diversi- il digiuno, la preghiera e la carità. Come è (forse meno) noto, il “Ramadan” è una pratica religiosa islamica (VII secolo) e indica il mese in cui si pratica il digiuno in commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto. Il Ramadan è considerato uno dei “Pilastri dell’Islam” e il digiuno è un obbligo religioso per i musulmani adulti che -dall’alba al tramonto- si astengono dal consumo di cibi e bevande. Al digiuno si affiancano solitamente la recita di preghiere, la lettura del Corano e un crescente impegno nelle opere di bene e nella carità. Il periodo del Ramadan musulmano e quello della Quaresima cristiana si sovrappongono raramente (ogni 30/33 anni), a causa della differenza tra il calendario lunare islamico e quello solare gregoriano, ma in questo 2026 si è verificata la rara coincidenza dell’inizio del Ramadan il 18 febbraio in concomitanza con il Mercoledì delle Ceneri, in cui tradizionalmente inizia la Quaresima dei cristiani.
Al di là delle curiosità cronologiche e rituali, il significato delle due pratiche religiose evidenzia un vistoso parallelismo: entrambe le religioni hanno sentito l’esigenza di introdurre -ogni anno- un periodo “forte” durante il quale i credenti possano riflettere sul senso del loro credere e dare una maggiore concretezza “fisica” alla loro fede (digiunare, pregare, agire). Ovviamente nel corso dei secoli le pratiche -in entrambe le religioni- si sono modificate, assumendo di volta in volta forme e regole adattate alla cultura e alla sensibilità dei diversi periodi storici; tuttavia il significato di fondo è rimasto lo stesso.
Mi sembra particolarmente importante sottolineare come entrambe le fedi hanno scorto il rischio che l’osservanza di tali pratiche potesse ridursi ad un ritualismo formale lontano dal significato profondo su cui si fondano e nei rispettivi testi fondativi -Bibbia e Corano- questa preoccupazione viene ribadita con forza: «È forse come questo il digiuno che bramo: il giorno in cui l’uomo si mortifica? O non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti?» (Isaia 58); e -nel Corano-: «Il digiuno è per rimanere in contatto con Dio durante la preghiera, perché noi stiamo vicino ai poveri e ai bisognosi, per vivere in sincerità e giustizia i nostri rapporti con gli altri e tutta l’umanità, per essere nonviolenti, per saper perdonare e non fare il male». (Sura Al-Baqara).
Non so quanto le pratiche religiose della Quaresima e del Ramadan siano oggi ancora seguite, sentite e comprese dai credenti cristiani e musulmani. Mi sembra che l’attuale declino della centralità religiosa -soprattutto nelle società occidentali- spinga le nuove generazioni a considerare le istanze e le proposte religiose semplicemente “non rilevanti” nella interpretazione della propria vita e della propria progettualità. Conseguentemente anche le pratiche (come la Quaresima o il Ramadan) che di quella interpretazione costituivano la visibile traduzione in gesti, riti e riconoscibilità sociale tendono a scomparire.
Quando penso ai secoli di feroci conflitti tra cristiani e musulmani, alle guerre di conquista e riconquista, alle violente contrapposizioni ideologiche e le confronto con la progressiva marginalità sociale che oggi entrambe le religioni si trovano ad affrontare, qualcosa mi spinge a ricercare più le analogie che le differenze. Forse cristiani e musulmani, invece di concentrarsi su quanto le loro convinzioni siano “nemiche” l’una dell’altra, farebbero meglio a considerare come rapportarsi alla “nemica comune”: la crescente convinzione di quanti considerano trascurabili entrambe le loro fedi.
Quali che siano le convinzioni di ciascuno, mi piace augurare a tutti di vivere questo come un buon tempo di rigenerazione spirituale personale e comunitario: non fa male a nessuno e forse ci aiuta ad essere più costruttivi e meno conflittuali.
