Il costante declino dei valori sociali che credevamo ormai consolidati sembra non arrestarsi. La banalità non impedisce al male di essere feroce, cinico e privo del senso del limite. Ogni volta ci sembra di aver toccato il fondo e ogni volta gli eventi successivi ci smentiscono; quello che ieri ci indignava nelle relazioni tra le persone, nel rapporto con la verità e nel rispetto dei diritti elementari finisce gradualmente per sembrarci tollerabile, come se una ipnotica maledizione ci paralizzasse e ci preparasse al peggio.

No, non è una bella stagione. La preoccupazione più amara non riguarda tanto chi di stagioni ne ha già vissute un discreto numero ed è in grado di fare confronti e (spero) difendersi dal contagio, ma chi si affaccia adesso alla vita, ai ragazzi che in questo clima irrespirabile si trovano a scegliere e coltivare le proprie convinzioni, a tracciare la linea del limite tra ciò che è accettabile e ciò che va respinto, a immaginare il proprio futuro in un ambiente culturale e politico che ha orizzonti bassi e tempi brevi. No, non li invidio, partecipano a una gara che comincia in salita.

Ieri a Panama City papa Francesco, concludendo la Giornata Mondiale della Gioventù, ha parlato a settecentomila ragazzi stimolandoli a reagire alla passività e non aspettarsi regali: «Essere giovani», ha detto «non è sinonimo di sala d’attesa per chi aspetta il turno della propria ora. E nel ”frattanto” di quell’ora, inventiamo per voi o voi stessi inventate un futuro igienicamente ben impacchettato e senza conseguenze, ben costruito e garantito con tutto ben assicurato». E ancora «dobbiamo sforzarci di favorire canali e spazi in cui coinvolgerci nel sognare e costruire il domani già da oggi», non «isolatamente», ma «uniti, creando uno spazio in comune. Uno spazio che non si regala, né si vince alla lotteria, ma uno spazio per cui anche voi dovete combattere». Mi sembra un approccio estremamente realistico: non aspettatevi una strada tracciata da seguire, la strada è da inventare, condividendo la ricerca con gli altri e creando spazi comuni di riflessione.

Ci piacerebbe poterli aiutare mettendoli in guardia dai pericoli e indicando loro le direzioni più opportune, ma non funziona così: se vogliamo che davvero il nostro aiuto sia efficace, possiamo al massimo affiancarli nella ricerca, stimolarli a non accontentarsi degli orizzonti bassi e magari -come fosse un mito- raccontar loro di un mondo antico in cui i naufraghi erano soccorsi, la solidarietà sociale era considerata una virtù, i diritti valevano indipendentemente dal colore della pelle e le proprie idee si difendevano in competizioni dalle regole condivise. Poi la strada la troveranno loro.