Un amico -vero non virtuale- ha vivacemente contestato il termine “indifendibile”, riferito all’Europa, che avevo utilizzato la scorsa settimana commentando le parole di Enrico Letta alla presentazione del suo libro. “L’Europa siamo noi, -afferma il mio amico- non è un organismo diverso da noi che ne siamo parte! E se non è difendibile l’Europa con tutto quello che ci ha dato, che cosa difenderemo? Semmai è indifendibile il modo (passivo, complessato, furbastro, doppiogiochista…) con cui l’Italia ha partecipato all’Europa. L’Europa non è indifendibile, l’Europa è “difendenda” . Ovviamente non considero l’Europa “indifendibile”, ma non possiamo non tener conto della percezione -spesso distorta e parziale- che si è diffusa negli ultimi tempi, per smascherare queste distorsioni e riscoprire le buonissime ragioni che ci spingono a sostenerla.

Il cuore della propaganda antieuropea è l’idea che l’Europa ci rubi la “sovranità”, ci impedisca di decidere liberamente le nostre politiche economiche e finisca così per tenerci in ostaggio ed impoverirci a vantaggio di qualcun altro. La migliore risposta a questa convinzione l’ho trovata nel lucido intervento di Mario Draghi QUI venerdì scorso all’Università di Bologna. Il presidente della BCE ha ben spiegato come questa tensione tra i benefici dell’integrazione e i costi associati con la perdita di sovranità nazionale è, in sostanza, solo apparente. La percezione che ci sia uno scambio tra l’essere membri dell’Unione europea e la sovranità dei singoli Stati porta a pensare che per riappropriarsi della sovranità nazionale sarebbe necessario indebolire le strutture politiche dell’Unione europea. “Ritengo sbagliata -dice Draghi- questa convinzione, perché confonde l’indipendenza con la sovranità. La vera sovranità si riflette non nel potere di fare le leggi, ma nel migliore controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini: «la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo».

La possibilità di agire in maniera indipendente non garantisce questo controllo: in altre parole, l’indipendenza non garantisce la sovranità”.

In un mondo globalizzato tutti i paesi per essere sovrani devono cooperare. La cooperazione, proteggendo gli Stati nazionali dalle pressioni esterne, rende più efficaci le sue politiche interne e le relazioni tra l’Unione europea e il resto del mondo: “porsi al di fuori dell’UE può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità.”  È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente. È una sovranità complementare a quella esercitata dai singoli Stati nazionali in altre aree.

Anche Draghi afferma che “il cambiamento è necessario”, ma –precisa- ci sono due modi alternativi di perseguirlo: da un lato l’antica idea per cui “la prosperità degli uni non può essere raggiunta senza la miseria di altri” che spinge a rifiutare le organizzazioni sovranazionali come luoghi di negoziato e di indirizzo per soluzioni di compromesso; dall’altro lo sforzo di adattare -con fatica ma con decisione -le istituzioni esistenti al cambiamento. La riluttanza a cambiare “ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere”.

Non c’è che una risposta: recuperare quell’unità di visione e di azione che da sola può tenere insieme Stati così diversi: unità, equità e soprattutto un metodo di far politica in Europa.

Draghi ha chiuso il suo discorso con una inattesa ma illuminante citazione: “Voglio ricordare in chiusura le parole di Benedetto XVI in un suo famoso discorso di 38 anni fa: «Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica»”.