Chi non vorrebbe vivere sicuro? Quanto la sicurezza sia importante lo avevano già capito gli uomini primitivi mentre facevano i turni per difendere la caverna dai possibili assalti dei nemici, affilavano pietre per farne armi o ammassavano sassi per proteggere il territorio di caccia. Poi ci siamo evoluti e abbiamo capito che per stare davvero sicuri la strada più efficace non era quella di avere più armi degli altri e innalzare muri sempre più alti perché i nemici avrebbero fatto ovviamente la stessa cosa e nessuno avrebbe mai potuto sentirsi davvero sicuro, ma fare accordi con i nemici per trasformarli in vicini, realizzare progetti comuni perché gli interessi fossero convergenti, superare le disuguaglianze per diminuire il rischio che il bisogno altrui diventasse una minaccia per noi.

Non ci siamo mai riusciti del tutto e nessuno è così ingenuo da credere che basti volere una società migliore per neutralizzare la tendenza alla sopraffazione, la tentazione della forza e l’irrazionalità della paura, ma almeno ci abbiamo provato: abbiamo costruito alleanze, allargato le comunità economiche e politiche, sostenuto l’aiuto allo sviluppo altrui, rincorso un’equa distribuzione delle risorse, soccorso chi non ce la faceva. E non lo abbiamo fatto per buonismo, lo abbiamo fatto per migliorare la nostra sicurezza. Non ci siamo mai riusciti del tutto, ma non abbiamo dubitato che questa fosse la strada maestra per sentirci davvero sicuri. Vive più sicuro chi non ha nemici di chi è barricato dietro cento cancelli.

Ora però siamo finalmente più sicuri, anzi sicurissimi! La camera dei deputati ha votato la fiducia al governo sul “Decreto Sicurezza”, senza neanche  aver avuto la possibilità di entrare nel merito delle questioni contenute nel testo, una “sicurezza” tutta calibrata sui migranti come se le migrazioni fossero un’urgenza imprevedibile, eliminando ogni possibilità di gestire un fenomeno complesso con una legge ordinaria, senza badare se contiene misure incompatibili con diversi principi costituzionali e di diritto internazionale, e senza preoccuparsi delle ricadute negative sulla vita delle persone e su tutta la società (QUI il comunicato del Centro Astalli che precisa le incompatibilità e le ricadute).

Un amico mi ha segnalato una riflessione di Daniel Di Schuler (QUI) che mi sembra colga nel segno per spiegare questa compulsiva  preoccupazione di difendere la nostra “argenteria di famiglia”: “Mentre abbiamo la giustizia civile più lenta del pianeta, la burocrazia meno efficiente di tutta l’Ocse e salari reali tra i più bassi del mondo sviluppato, se ti stai preoccupando per l’argenteria di famiglia significa che un furto c’è stato per davvero. Senza che tu te ne accorgessi, ti hanno derubato del tuo senso di realtà. Di più: mentre ti spingono a barricarti in casa, magari con un pistolone nel comodino perché non si sa mai, ti stanno anche sequestrando. Chiuso in una prigione di paura. Al buio. Senza più il lume della ragione.”

Ci stiamo orgogliosamente incamminando verso l’età della pietra: torneremo ad affilare le pietre e a fare i turni per difendere i confini della caverna. Finalmente sicuri.