Mercoledì scorso il primo ministro canadese Mark Carney, parlando al vertice di Davos della necessità di restare uniti per poter reagire con efficacia alle prevaricazioni degli interlocutori più potenti, ha utilizzato la proverbiale espressione inglese “if you are not at the table, you are on the menu”: “se non sei seduto a tavola allora sei nel menu”.

È un proverbio crudo ma molto realistico: se non partecipi alle decisioni, altri decideranno su di te; uno Stato debole o isolato non partecipa ai negoziati strategici: gli accordi vengono conclusi comunque, ma a suo svantaggio. Se non siedi al tavolo della politica, diventi oggetto delle decisioni, non soggetto.

Per “essere seduti a tavola” non servono necessariamente carisma o aggressività, ma è indispensabile la presenza ai momenti decisionali e la chiarezza sulle proprie posizioni e i propri punti fermi. A volte occorre anche essere contrari, rallentare, creare attrito costruttivo, accettando il rischio di non piacere (difficile per chi ha costantemente bisogno di tenere alto il consenso, più facile per quei paesi nei quali il consenso non è necessario!) pur di non cedere su questioni dirimenti.

La dinamica affermata nel proverbio non riguarda solo le relazioni internazionali o le questioni politiche: si estende alle relazioni lavorative e familiari, al rapporto con le istituzioni di prossimità e -in qualche modo- anche alla relazione con noi stessi.

La scelta secca tra l’essere convitato o cibo per i convitati è una di quelle che fanno male: a meno di non appartenere all’ordine dei predatori (che da una scelta di questo tipo si sentono esaltati) ci sembra impossibile che non si possa trovare un accordo che contemperi le esigenze di entrambe le parti senza che una delle due debba necessariamente soccombere.  Ma in realtà le cose non stanno sempre così e la crudezza del proverbio potrebbe portarci fuori strada. La scelta -in una situazione di interessi divergenti- non è necessariamente tra chi debba mangiare e chi debba essere mangiato (se così fosse, a decidere basterebbe il solo rapporto di forza!); la scelta è tra i diversi modi possibili di arrivare ad una decisione (come procedere, in quale sede, con quali tempi, chi è l’arbitro…)  e questo è possibile solo se le regole sono state fissate e condivise -a bocce ferme!- prima del conflitto. In assenza di regole o in caso di loro palese violazione, inevitabilmente a farla da padrona tornerà ad essere la forza. Ecco perché le regole sono importanti e servono a proteggere tutti, anche chi oggi è il più forte e domani potrebbe non esserlo più.

Esistono purtroppo situazioni nelle quali lo spazio di manovra si riduce a tal punto che la mediazione non appare più percorribile: quelle nelle quali il proverbio torna ad essere crudo: “mangiare o essere mangiati”, ma occorre fare del tutto per non arrivare a quel punto.  Difficilmente avremo l’occasione di partecipare personalmente ad assumere decisioni di grosso calibro, ma possiamo “sederci a tavola” anche in modo indiretto tutte le volte che ci è possibile: tenere vivo il rapporto con le istituzioni di prossimità, scegliere rappresentanti di qualità, esercitare correttamente la frazione di potere -piccola o grande- che ci capita di poter esercitare (da consigliere del condominio ad amministratore delegato), evitando così di ritrovarci passivamente “nel menu”.

Questo proverbio non ci piace affatto, ma purtroppo non significa che non sia vero o -almeno- che non descriva una dinamica possibile. Poiché il nostro interesse non è sederci a tavola per nutrirci degli altri commensali, cerchiamo di supportare le decisioni che puntano a ristabilire un equilibrio tra i decisori e a ripristinare regole condivise: l’obiettivo è distribuire meglio il menu, non accorciare la tavola.