Un “Buon Natale” non si nega a nessuno. Un augurio che non corre neanche il rischio di essere interpretato nel modo sbagliato: troppo banale o troppo bigotto, troppo consumistico o troppo vintage, troppo infantile o troppo mainstream, insomma troppo qualcosa… il rischio non si corre perché ognuno lo prende come vuole, ognuno gli dà il significato che preferisce e a nessuno verrebbe in mente di chiedere spiegazioni dettagliate sul senso dell’augurio.
Natale è una festa “stratificata” che si è evoluta acquisendo nel tempo significati e linguaggi diversi -non sempre coerenti tra loro- che hanno finito spesso per sovrapporsi in modo improprio ed elidersi vicendevolmente.
Intorno all’originario significato cristiano, cioè la celebrazione liturgica della nascita di Gesù significativamente innestata sui preesistenti riti del solstizio di inverno (la luce che ritorna, il culto del ‘Sol Invictus’), si sono sviluppate tradizioni religiose e popolari, tra le quali -nel medioevo- la rappresentazione del “presepio” attribuita a San Francesco.
In tempi più recenti, ai significati religiosi (incarnazione di Dio nella storia umana, redenzione, speranza) si sono giustapposti significati diversi e indipendenti, sia di natura immateriale (rafforzamento delle relazioni familiari, rinascita interiore, riconciliazione), sia -soprattutto- di natura commerciale (scambio di doni, consumi alimentari, vacanze, viaggi).
Tutti questi significati si sono via via mescolati, ibridati con le culture e le tradizioni locali e spesso fagocitati reciprocamente. Il risultato di questa ibridazione è che la festa ha finito per assomigliare ad una sorta di grande selfservice in cui ciascuno sceglie -in base alle proprie convinzioni- la cifra (o le cifre) che preferisce: dalla messa di mezzanotte alla magìa di babbo natale, dai tortellini ripieni al viaggio organizzato, dalla festa della “bontà” alla settimana bianca.
Quali che siano, le connotazioni culturali della festa si incrociano inevitabilmente -anno dopo anno- con le situazioni particolari definite dall’età, i luoghi e i tempi in cui ogni singolo natale si colloca. Mi vengono in mente i “natali dell’infanzia” in qualche modo magici e confinanti con il trascendente, i “natali di guerra” pieni di stenti di cui ci raccontavano i nonni, per arrivare ai recenti natali con il Covid o agli odierni amarissimi natali a Kiev, a Gaza o nel Darfur.
Difficile trarre indicazioni nette e univoche da un quadro così complesso: la festa di natale ha mille volti tra i quali ciascuno trova gli elementi più significativi per lui.
Mi piace tuttavia rammentare un episodio che mi sembra particolarmente significativo per cogliere un senso profondo di questa festa. E’ il fatto -che risale al dicembre del 1914- noto come “la tregua di Natale”, avvenuto in varie zone del fronte occidentale durante la prima guerra mondiale. Nel corso della vigilia e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche, britanniche e francesi lasciarono spontaneamente le rispettive trincee per incontrarsi nella terra di nessuno, fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Celebrarono comuni cerimonie religiose, recuperarono i corpi dei caduti e dettero loro sepoltura: i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.
Quello che mi colpisce è la spontaneità del fatto: la tregua non fu un evento organizzato, fu come se una inattesa sintonia avesse spinto quegli uomini ad uscire dalle trincee -nelle quali si stavano reciprocamente uccidendo- e ad avvicinarsi gli uni agli altri incredibilmente fiduciosi che anche l’altro avrebbe fatto lo stesso. Come se si fossero contemporaneamente resi conto della concreta possibilità di una relazione diversa -anzi radicalmente opposta- a quella imposta loro dagli eventi. Come se -recuperata una consapevolezza “adulta” e condivisa- fossero usciti dalla fiction per tornare alla realtà.
Sono convinto che esiste sempre una terra di nessuno tra schieramenti opposti e non solo sui campi di battaglia: esiste in politica, esiste in famiglia, esiste in tutti i contesti relazionali. Credo inoltre che quella terra non sia “di nessuno”; è -al contrario- la terra di tutti, di tutti quelli che hanno la capacità di vederla, la forza di uscire dalle trincee, il coraggio di dare due calci al pallone mentre ci si augura buon Natale.
Buon Natale.
