I dati Eurostat relativi alla percentuale di popolazione a rischio di povertà relativa nei vari paesi considerano le persone tra i 20 e i 64 anni che vivono in famiglie con reddito inferiore al 60 per cento del reddito netto medio. In Italia nel 2017 la persone a rischio di povertà relativa sono state il 18,1 per cento dei cittadini italiani,  il 28,6 per cento dei comunitari-non-italiani e il 40,6 per cento degli extracomunitari. Se dunque la percentuale dei cittadini italiani a rischio è in aumento, quella dei non comunitari sale assai più rapidamente. QUI

La precarietà e l’insicurezza che ne derivano incidono dolorosamente per tutti, italiani e non italiani, soprattutto sulla vita e sulle scelte dei giovani, sulla loro possibilità di farsi una famiglia, di rendersi indipendenti, di accedere al credito. Il disagio e il malcontento crescono a causa della precarietà degli individui rispetto alla propria situazione economica e su questo fa leva la retorica sovranista contro l’Europa matrigna e la necessità di difendere gli autoctoni contro la crisi.

Il problema dell’estendersi della povertà è grave e reale, ma bisogna avere la lucidità di dichiarare che mettere “prima gli italiani” al centro delle politiche di redistribuzione del reddito non è una buona politica contro la povertà. Non è una buona politica sul piano dei numeri perché i “non italiani” -su cui la povertà pesa di più- sono quantitativamente molti meno degli italiani a rischio e quindi non incide con rilevanza sulla sostenibilità della redistribuzione, ma soprattutto non lo è sul piano valoriale perché alimenta la convinzione che la vera causa della povertà sia la presenza di “intrusi” in casa nostra e che sia necessario (e sufficiente) escluderli per ripristinare benessere e felicità.

Ben oltre le specifiche politiche di welfare, esiste un vero e proprio varco culturale fra chi è convinto che sarà davvero felice solo se lo sono anche gli altri e chi è invece intimamente convinto che la felicità degli altri è “rubata” alla sua. Non vorrei essere tra i secondi perché temo che felici non saranno mai.