Nel dare un titolo a questa newsletter sono stato incerto tra “Pasqua nonostante” o “Nonostante Pasqua”;  non è ovviamente una questione lessicale, è una questione di postura e fa tutta la differenza possibile. Provo a spiegarmi.

 

Come è noto il significato sotteso alla festa di pasqua attraversa, con modalità assai diverse, tutta la storia umana assumendo -nelle diverse culture e religioni- caratterizzazioni particolari.  Si va dagli antichi riti legati all’equinozio di primavera -fine dell’inverno, speranza di vita e di nuovi raccolti- a quelli propri di ciascuna religione che assume questa prospettiva positiva e la declina nel proprio quadro teologico: per gli ebrei (festa di Pesach) la promessa della liberazione definitiva fondata sull’avvenuta liberazione dall’Egitto, per i cristiani (festa di Pasqua) la promessa della liberazione dalla morte fondata sull’avvenuta resurrezione di Gesù, per i musulmani (festa di Nowruz) la promessa della salvezza fondata sulla fedeltà al messaggio del Corano rivelato al profeta. 

 

L’elemento “pasquale” comune alle diverse declinazioni è l’annuncio che la negatività e il limite possono essere superati, consentendo -a chi lo fa proprio- di contare su una fondata ragione di speranza. Se dunque il significato centrale di questa festa è contare su una fondata ragione di speranza, che Pasqua è questa del 2026? Ce l’abbiamo ancora una fondata ragione di speranza? E’ Pasqua nonostante ciò che vediamo accadere intorno a noi? Nonostante la consapevolezza che il destino dei popoli sembri ormai dipendere da capi volubili ed irresponsabili? Nonostante le guerre e le crescenti violenze che ogni sera ci raccontano i telegiornali mandandoci di traverso la cena? Nonostante la storia sembri aver rinnegato regole internazionali faticosamente costruite e condivise come garanzia reciproca?

 

I credenti potrebbero rispondere che sì, è Pasqua “nonostante tutto” perché le ragioni della loro speranza hanno radici fuori della storia degli uomini e non dipendono solo da quello che gli uomini combinano con le loro scelte spesso sciagurate.

 

E chi non è credente? Può solo gettare la spugna e rinchiudersi in un asfittico pessimismo privato o può comunque costruire le sue ragioni di speranza rintracciandole nel versante positivo che la storia offre, negli spazi di impegno che scommette su sviluppi ed esiti positivi, nella creazione di relazioni sociali fattive e generative? Certo che può: la speranza non ha clienti esclusivi! Del resto, ai credenti la fede non chiede -nella pratica- di fare esattamente le stesse scelte e di condividere le stesse speranze dei non credenti anche se la radice che le alimenta ha ulteriori motivazioni?

 

E allora, è meglio credere che sia “Pasqua nonostante” questo periodo distruttivo o avvilirsi pensando che “nonostante (sia) Pasqua” le ragioni della speranza siano ormai destinate a tramontare e non resta che salvare il salvabile ammonticchiando sacchetti di sabbia dietro le finestre per difenderlo? Non credo sia difficile rispondere!

 

Buona Pasqua!

(nonostante)