Finalmente la politica internazionale torna al centro della riflessione pubblica. E non è un caso che questo sia successo durante la presentazione del Rapporto Annuale 2016 del Centro Astalli, il dossier del JRS Italia che descrive i numeri e le sequenze del cammino compiuto dai rifugiati nel Paese durante l’anno.

Africa, Mediterraneo e – inevitabilmente – Europa. Sono questi gli assi tematici di uno degli interventi più densi tra quelli ascoltati: l’analisi di Romano Prodi, dal 2008 alla guida del gruppo di lavoro Onu – Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa.

Abituati ai ragionamenti col fiato corto di tanti columnist e opinionisti nostrani, alcuni degli ascoltatori in sala hanno avuto l’impressione di trovarsi d’improvviso sollevati in una dimensione finalmente nuova, un po’ come il pulcino tra le grinfie del falco di manzoniana memoria.

Una delle prime considerazioni del presidente Prodi ha riguardato “la diversità impressionante tra la demografia europea e quella africana”, pur con il distinguo tra le differenti tendenze attestate nell’Africa mediterranea e in quella subsahariana, dove il dinamismo demografico è più spinto. In paesi come “il Mali, il Niger e il Ciad l’età mediana della popolazione è un po’ meno di 18 anni”, mentre nella senescente Italia “l’età mediana è di 46 anni”. Un “vero disastro demografico”, è il commento di Prodi.

Le stime prevedono che, al netto del contributo dato dalle famiglie dei migranti, “entro la metà del secolo un paese come la Germania perderebbe 12 – 15 milioni di abitanti e l’Italia, con i suoi 1,29 – 1,30 bambini per donna, “perderebbe più della popolazione del Lazio”. L’Europa – “500 milioni di abitanti con paesi come Italia, Germania e Spagna con una struttura demografica del tutto sbilanciata” – sarebbe dunque condannata ad assistere a un calo di popolazione verticale, a meno che non riconosca, come chiarito Prodi, “la necessità dell’immigrazione”.

Il fenomeno migratorio verso i paesi europei è d’altronde quasi inevitabile, se si considera che, oltre alla fortissima pressione demografica, l’Africa ha tutt’oggi un’altissima percentuale della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà e in un contesto “del tutto destrutturato”, dove – come evidenziato l’ex presidente della Commissione Ue – “non ci sono strade, non ci sono elementi di comunicazione, le infrastrutture non esistono”. E il continente africano è di fatto diviso tra “54 paesi isolati tra di loro, diversi, con regole diverse e dove è quindi difficilissimo creare un mercato”.

Non mancano tuttavia quelli che Prodi ha definito “sprazzi di risveglio”. Da un punto di vista puramente quantitativo “non è uno dei peggiori periodi per l’Africa, cresciuta negli ultimi 10 anni più della media del mondo”, ma caratterizzata ancora da “una struttura di tale disfacimento, di tale miseria” da essere ben lontana dall’ideale solo enunciato di “rinascimento africano”.

Il vero problema, ha sottolineato il presidente, è “la mancanza di una politica europea nei confronti del continente africano, con l’Europa che “rimane il maggior donatore dell’Africa, ma politica zero”. Un esempio concreto: “Quando ero alla Commissione Europea ogni volta che c’era qualche tensione da risolvere in Africa alla fine si dava il mandato alla ex potenza coloniale. Una specie di delega automatica, con i risultati che abbiamo visto”.

All’assenza di una politica generale si aggiungono poi anche le bocciature – soprattutto da parte dei paesi del Nord Europa – di iniziative puntuali, come la creazione di una “Banca del Mediterraneo” o di “università miste, con sedi in città europee e africane”.

Cosa significa allora una politica europea? L’ex presidente della Commissione Europea non usa giri di parole: “Un’Europa decente fa un piano di sviluppo per l’Africa”. Come? Bisogna “ricominciare ad avere rapporti attivi, soprattutto per le nuove generazioni”. E ancora, è necessario mettere a punto “un piano di sviluppo per l’Africa”, di entità “sette otto volte superiore al Piano Juncker”. Non fatto di aiuti, ma “di infrastrutture e di investimenti: ferrovie, strade, aeroporti, acqua, telecomunicazioni, la rete dei sistemi scolastici e sanitari”. Zero assistenzialismo, solo una politica efficace “per rianimare e riorganizzare l’economia di questi paesi”.

L’inerzia europea nel frattempo ha un prezzo – elevatissimo – e i paventati scenari futuri sono già diventati ieri. “Finora l’unica politica a livello continentale è stata quella cinese”, ha chiarito Prodi, aggiungendo che “la Cina intrattiene relazioni diplomatiche con 51 paesi africani e ha cominciato a fare investimenti in tre campi, quelli che servono al paese: cibo, materie prime, energia”. Non dimenticando però “di compiere un’analisi politica complessiva”. E così ad Addis Abeba il grandioso palazzo dell’Unione Africana, “più bello di quello delle Nazioni Unite”, è “un dono del popolo cinese al popolo africano”.

E in Europa? Incapaci di politiche di lungo respiro, finiamo per accapigliarci – strangolandoci con le nostre mani – sui “drammi del breve periodo, come quello dell’immigrazione, che ci ha tanto spaventato”, ha chiarito Prodi.

La verità è che dietro ai muri – onirici o simulati – ai battibecchi sul resettlement, agli isterismi sulle identità a rischio di estinzione, si cela – come ha condensato il presidente in poche fulminee parole – solo “una demagogia senza ragionamento”. Così la signora Merkel, che aveva perseguito una intelligente politica di apertura verso i profughi siriani, si è vista bloccata dalla necessità di rispondere ai propri spaventatissimi elettori: “è il cambiamento politico che ha reso drammatico il problema dell’immigrazione”, ha tagliato Prodi.

Lo sguardo del presidente si è quindi spinto sugli scenari di guerra che più impensieriscono l’Europa. “In Siria ci vuole un accordo tra l’America e la Russia: ciascun paese deve mettere in riga i propri satelliti. È inutile parlare con la Turchia se non c’è un accordo superiore”.

Sul rapporto tra Russia e Stati Uniti: “C’è un indurimento delle politiche dei due paesi, un avvelenamento che è dato soprattutto dalla situazione in Ucraina e quindi un rapporto difficile, anche se negli ultimi mesi a mio parere qualcosa si è sbloccato. Non sono ottimista ma almeno c’è un dialogo che può portare a qualche situazione di miglioramento”.

Infine la Libia, uno scenario di guerra che ancora una volta ha visto l’Europa divisa. “Dobbiamo spingere per un accordo locale” è il commento di Prodi e “stabilire un dialogo con le tribù, che rimangono fortissime nonostante lo sconvolgimento”. Lo sapeva bene Gheddafi, “certamente un dittatore” ma in grado di gestire “un misto tra controllo e rapporto economico con le tribù” e così garantire l’unità del paese.

Un po’ di sana realpolitik: “i principi in politica sono importantissimi, ma poi bisogna usarli con la testa”.

La direzione indicata da Prodi è chiara: “Dobbiamo tornare a interessarci in modo attivo dell’Africa”. Una “necessità” e allo stesso tempo una “possibilità politica” concreta: “dobbiamo impegnare noi stessi e tutta l’Europa per avvicinarci a questo obiettivo”.