Sta diventando un vezzo -da parte di alcuni governi- quello di cambiare il nome di un ministero per caratterizzare la “piega” che si intende dare alla sua funzione, illudendosi forse che cambiando l’etichetta alla bottiglia il vino diventi migliore.
A volte il cambiamento è talmente sfrontato che non lascia dubbi sulle intenzioni di chi lo propone: è il recente caso del “Ministero della Guerra”, nome con il quale il presidente Trump ha ribattezzato il -per lui evidentemente troppo banale e moscio- “Ministero della Difesa”. A volte il cambio di nome è meno clamoroso, ma non per questo meno discutibile. Con la formazione del Governo Meloni, il 4 novembre 2022, il “Ministero della Pubblica Istruzione”, che si era sempre chiamato così dal governo Cavour del 1861 -tranne la parentesi del fascismo in cui fu modificato in “Ministero dell’Educazione Nazionale”– è stato denominato “Ministero dell’Istruzione e del Merito” (cancellando l’aggettivo “Pubblica” considerato evidentemente superfluo o sconveniente).
Abbiamo dunque ora un ministero dell’istruzione e del merito. L’istruzione sappiamo tutti cosa sia e ci sono chiare la sua funzione, le sue finalità e le strutture attraverso cui si cerca di attuarla, ma il merito? Cosa dovrebbe fare un “ministero del merito”? Forse premiare il merito, cioè valutare l’impegno di ciascuno? Sono certamente oggetto di valutazione -da parte di chi eroga istruzione- l’apprendimento, le competenze, il livello raggiunto…, ma il “merito” che ciascuno ha avuto nell’ottenere quei risultati è una questione di altra natura. E’ un merito “morale” che non si pesa, non si vede, non si induce… e non credo riguardi direttamente le funzioni valutative del ministero dell’istruzione.
C’è invece un altro tipo di merito che può e deve essere valutato nel corso della vita e del lavoro, non per la sua dimensione etica (se l’è meritato!) ma perché fondato su elementi concreti e verificabili: competenza, capacità, efficacia, esperienza, responsabilità. Elementi che sono stati maturati, espressi, riconosciuti e verificati. E’ questo il merito “concreto” per il quale alcune persone sono -o dovrebbero essere- scelte per fare un certo lavoro, avere certe responsabilità e “meritare” una retribuzione adeguata.
Non è marginale il rapporto tra questo merito e la retribuzione di certi lavori: la misura della retribuzione di un determinato lavoro dipende dal livello di competenza e responsabilità necessario per svolgerlo bene. A questo proposito penso che vadano sottolineati due aspetti fondamentali che oggi pare vadano smarrendosi. Il primo: è il merito del lavoro che si svolge a giustificare il livello della sua retribuzione e non il livello della retribuzione a generare il merito. Il secondo: il divario tra le retribuzioni può essere certamente elevato in base al ruolo che si svolge e alle responsabilità coinvolte, ma la misura di questo divario deve avere un limite, non può essere infinita.
Ha recentemente dichiarato papa Leone: «Ho letto la notizia che Elon Musk è destinato a diventare il primo triliardario al mondo. Cosa significa e di cosa si tratta? Se questa è l’unica cosa di valore oggi, allora siamo nei guai», sottolineando come l’ossessione per la ricchezza materiale rischi di oscurare il valore della vita umana, della famiglia e della società. Il caso di Elon Musk è sicuramente un caso limite, ma -in quella stessa occasione- il papa ha evidenziato un altro dato sconcertante: sessant’anni fa, gli amministratori delegati guadagnavano da quattro a sei volte più dei lavoratori medi, mentre oggi, secondo le ultime stime, il loro reddito è circa 600 volte superiore. Questo gap, secondo Leone XIV, non è solo una questione economica, ma un problema morale che minaccia l’equilibrio sociale. La classifica Forbes 2025 dei più ricchi al mondo conferma la tendenza alla concentrazione della ricchezza. Questa concentrazione di ricchezza solleva interrogativi etici profondi. “Se il valore supremo è diventare triliardari, cosa rimane della nostra umanità?” ha chiesto ancora il papa, invitando a una riflessione globale.
Mi rendo conto che si tratta di questioni complesse non risolvibili con il pallottoliere, ma dobbiamo evitare che la ricchezza finisca per diventare l’unico metro per misurare le cose. Così ha concluso il papa il suo discorso: “Il valore della vita umana, della famiglia, e il valore della società. Se perdiamo il senso di questi valori, che cosa rimane d’importante?”
