Abbiamo certamente tutti avuto esperienza di situazioni nelle quali le cose evolvono in modo molto diverso da come avremmo voluto e il risultato finale del nostro operato non solo non coincide con quello sperato, ma addirittura peggiora la condizione di partenza.  Non succede solo nelle storie personali, i risultati che si realizzano nelle vicende dell’umanità spesso non sono quelli che gli individui o le comunità si propongono, ma la risultante delle circostanze, del contrasto delle volontà e delle variabili che non erano state previste: si tratta della famosa “eterogenesi dei fini”, cioè di conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. 

A settembre del 1980, Saddam Hussein -il dittatore iracheno- dette inizio al conflitto con l’Iran per una disputa territoriale che intendeva risolvere in modo più favorevole all’Iraq. Saddam Hussein, inoltre, temeva che l’Iran, dopo la rivoluzione islamica guidata da  Khomeini nell’anno precedente (1979), cercasse di aumentare la propria influenza politica e religiosa anche tra gli sciiti iracheni. 

Dopo i primi successi da parte dell’esercito iracheno, quel conflitto si trasformò in un’estenuante guerra di posizione e in un reciproco bagno di sangue che proseguì per ben otto anni (1988) concludendosi senza significativi cambiamenti territoriali. Fu uno dei conflitti più sanguinosi del ventesimo secolo, con un bilancio stimato di oltre un milione di vittime e un numero simile di feriti. 

Tra i fattori principali che fecero fallire l’impresa irachena (supportata da USA e Unione Sovietica) ci furono il ricompattamento patriottico dell’opinione pubblica iraniana e l’emarginazione dei partiti di opposizione che -proprio allora- stavano iniziando a lottare contro il regime degli ayatollah. Il sanguinoso conflitto con l’Iraq fu, paradossalmente, il “salvagente” politico per la neonata Repubblica Islamica. Il clero sciita riuscì a trasformare una tragedia nazionale in un cemento per il proprio potere. In breve, la guerra permise al regime iraniano di passare da una rivoluzione caotica e contrastata ad uno stato di polizia teocratico altamente organizzato: il risultato opposto a quello per il quale l’Iraq e i suoi alleati avevano iniziato la guerra.

Perché ho ricordato questo episodio? Perché temo che la guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, “venduta” come l’aiuto risolutivo che avrebbe finalmente liberato gli iraniani dalla tirannia degli ayatollah, potrebbe diventare un nuovo caso di eterogenesi dei fini: finire cioè per ricompattare il consenso verso il potere in Iran ed emarginare ulteriormente l’opposizione di quanti stavano provando -anche a costo della propria vita- di indebolirlo dall’interno. 

Con il passare del tempo anche la convinzione che l’intervento armato avrebbe fatto rapidamente piazza pulita del regime e aperto la strada alla libertà comincia ora a vacillare. Molti di coloro che il 28 marzo esultavano vedendo collassare il quartier generale di Khamenei a Teheran e festeggiavano per la morte della “guida suprema”, si ritrovano oggi -dopo sei settimane di guerra- a fare i conti con bombardamenti sulle città e sulle infrastrutture, blackout frequenti e -soprattutto- con il numero delle vittime che cresce ogni giorno. Inoltre le dichiarate trattative tra i presunti “liberatori” e il governo iraniano accreditano il sospetto che forse il tanto atteso “cambio di regime” non fosse il reale obiettivo dell’offensiva. Il potente “liberatore” che prometteva interventi fulminei e ribaltamenti clamorosi sembra ogni giorno meno credibile e più interessato ad una exit-way vantaggiosa per lui che ad un ingresso trionfale a Teheran fra due ali di folla festante. Il terrore di ritrovarsi presto soli come prima, schiacciati con maggiore intransigenza da un regime ferito e incattivito, comincia a farsi strada nei pensieri di molti. 

Una guerra scatenata con tanta supponenza e in totale spregio di ogni accordo internazionale si sta rivelando un pasticcio con conseguenze disastrose per l’economia mondiale, per i rapporti tra i paesi e per gli stessi iraniani che rischiano di veder peggiorata la loro situazione. 

Un antico proverbio recita “La superbia va a cavallo e torna a piedi“, che è poi una traduzione popolare di quella che gli storici definiscono con sussiego “eterogenesi dei fini”.