La scorsa settimana una delegazione del gruppo “European Conservatories and Reformists” del Parlamento Europeo è stata ricevuta da papa Leone. “Come rappresentanti democraticamente eletti, riflettete una gamma di orientamenti che si collocano all’interno di un ampio spettro di opinioni diverse”, ha ricordato il papa, e uno degli scopi essenziali di un parlamento è di “consentire che tali opinioni siano espresse e discusse”. Tuttavia, “segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano dibattute con cortesia e rispetto, poiché la capacità di dissentire, di ascoltare attentamente e persino di dialogare con coloro che potremmo considerare oppositori” esprime l’attenzione dovuta alla dignità di ogni persona. 

Considerazione tutt’altro che banale, visto che -non solo nel parlamento italiano- i tre verbi “dissentire”, “ascoltare” e “dialogare” si coniugano sempre più raramente con il rispetto istituzionale dovuto agli interlocutori, ormai sostituiti da un linguaggio costantemente aggressivo e autoreferenziale.

 

Nel corso dell’udienza papa Leone XIV ha poi richiamato le “radici cristiane” dell’Europa, tema che in passato aveva sollevato accese controversie politiche e culturali.

Nessuno aveva mai negato che le radici giudaico-cristiane avessero avuto un ruolo rilevante nella costruzione delle identità dei popoli europei: la controversia verteva piuttosto sulla esclusività di quelle radici.  Da un lato i “conservatori” che riportavano a quelle origini anche valori oggi ritenuti universali (dignità umana, inclusione, desiderio di pace); dall’altro, i “critici laici” che ritenevano invece l’insistere solo su quelle radici una forzatura ideologica, una semplificazione storica che oscurava altri elementi culturali e radici di natura diversa (simboli e feste ripresi da culti pagani preesistenti, patrimonio della filosofia greco-romana, illuminismo).

Più recentemente anche Papa Francesco era tornato sulla questione invitando a superare una visione ideologica (“l’identità europea è sempre stata dinamica e multiculturale“) e interpretando le radici cristiane come fonte per un umanesimo europeo aperto ed inclusivo.

Papa Leone riprende questo filo e precisa: “Proteggere le radici cristiane dell’Europa non significa restaurare un’epoca passata, ma garantire che risorse chiave per la cooperazione e l’integrazione future non vadano perse.”  

E ancora più chiaramente previene qualsiasi strumentalizzazione affermando: “Lo scopo di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta principalmente di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. Si tratta soprattutto di un riconoscimento di un fatto.

Sulla questione delle “radici cristiane”, ho trovato particolarmente interessante un passaggio della riflessione del presidente del Movimento Europeo Italia, Pier Virgilio Dastoli: “Invece di parlare delle radici chiuse in due dimensioni religiose monoteiste bisogna difendere i frutti del processo di integrazione europea, agire perché essi non marciscano e difendere l’albero europeo per far sì che esso continui a produrre altri frutti.”. Mi ha rammentato che spesso la postura giusta per risolvere i contrasti non sta nell’analisi polemica dei dettagli, ma nella capacità di fare un passo indietro per guadagnare una visione più ampia e complessiva. 

Soprattutto in una stagione come questa, nella quale l’albero europeo sembra inaridire e i frutti scarseggiare, la vera sfida è riuscire a ritrovare le ragioni che uniscono, non i nazionalismi e i particolarismi che dividono.