La Stampa di sabato scorso riporta una breve intervista ad Enrico Letta, a Torino per inaugurare il ciclo di incontri «Prepararsi al futuro». In un passaggio dell’intervista, alla domanda se, in relazione all’attuale situazione italiana, ritenga giusto evocare gli Anni 30, risponde: «Paragone fuorviante. Meglio quello con fenomeni contemporanei. L’Italia, come Usa Francia e Regno Unito, vive una crisi di nostalgia per l’età dell’oro degli Anni 50 e 60. Trump vince volendo “fare l’America di nuovo grande”. E Brexit cos’è se non il mito di un ritorno alla Compagnia delle Indie?».

Le crisi di nostalgia sono un significativo sintomo di tre debolezze: incapacità, scarsa creatività e vecchiaia. Incapacità di affrontare il presente al quale si preferisce il rimpianto per quando le cose andavano meglio, come se bastasse evocare il passato per ricrearlo. Scarsa creatività che -non riuscendo ad immaginare nulla di meglio- tenta di clonare soluzioni antiche illudendosi di replicarne l’efficacia. Vecchiaia che rincorre la memoria confondendola con la speranza. Decisamente la nostalgia non è un buon carburante per costruire un futuro duraturo: può essere utile per emozionare, per rievocare un sogno, in alcune circostanze fortunate può anche arrivare anche a produrre un successo elettorale (Trump), ma per fare viaggi lunghi servono altri propellenti.

Un buon carburante è la speranza, ma -come il coraggio per Don Abbondio- se uno non ce l’ha non se la può dare da solo. Serve una speranza fondata su convinzioni forti e sulla concretezza che quelle convinzioni sa trasformare in fatti, diversamente non è speranza, è solo l’auspicio che il vento cambi e diventi favorevole, ma –come è noto- non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

Il nostro amico Luigi Irdi, in un suo amaro post su Facebook (QUI) descrive anche un altro pericolo che stiamo correndo: «la speranza del futuro poggia su una ottusa e sorda ferocia e questo rende ogni speranza falsa. Siamo un Paese in cui ognuno ormai deve capire a chi appartiene, alla schiera di coloro che sperano di camminare nella fatica dello stare insieme, o alla folla, oggi maggioritaria, di chi ha bisogno di annusare ogni giorno un po’ di vendetta solo per sentirsi vivo.» Non è questa la speranza che ci serve: per andare lontano ce ne serve una che poggi sulla ragione e su valori capaci di non sbiadire per le intemperie di una stagione, una speranza che scommette sulla “fatica dello stare insieme” perché solo così la rotta può essere tracciata e il vento favorevole può essere riconosciuto.