La crescente paura dei movimenti migratori nasconde spesso un’altra paura, inconfessata ma più profonda: quella “identitaria”. Non sto pensando alle farneticanti teorie del “piano Kalergi” (secondo cui i movimenti migratori sono intenzionalmente finalizzati alla sostituzione etnica), mi riferisco -più realisticamente- al timore di perdere punti di riferimento, tradizioni, confini culturali ai quali ancoriamo l’immagine che abbiamo consolidato di noi stessi: una “identità” culturale che non intendiamo mettere a rischio.
La paura dei migranti continuerà ad aumentare: si tratta di un patrimonio elettorale di assoluta importanza e per questo è costantemente alimentata e tenuta calda da incalzanti disposizioni normative (dal decreto Cutro alle regole per le ONG che effettuano salvataggi, dalle trasformazione dei CPR in carceri alla stretta sui ricongiungimenti familiari…). Possiamo esporre tutte le analisi sociologiche che vogliamo, evidenziare come la paura dei migranti sia un falso problema, ricordare l’inverno demografico e il conseguente invecchiamento della popolazione, l’esigenza indispensabile di un flusso regolare di lavoratori per le imprese…, ma ormai l’atteggiamento non cambierebbe: una gran parte degli elettori occidentali vede l’immigrazione come una minaccia, non come una risorsa, e la lega alla sicurezza.
Non è questa -ovviamente- una questione solo italiana: in Germania, Francia, Regno Unito, Ungheria, Olanda, Stati Uniti… la netta opposizione a politiche che favoriscano l’immigrazione è considerata spesso il primo punto in ogni competizione elettorale. La risposta vincente è quella dura e senza sconti: esemplare (si fa per dire!) sotto questo profilo è il tracciato del primo anno di Trump alla Casa Bianca: dopo una vincente campagna elettorale radicata nella paura e nel disprezzo dei migranti (“che mangiano cani e gatti”), i primi feroci ordini esecutivi (“Alligator Alcatraz” in Florida), il rafforzamento dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e il suo successivo utilizzo nei rastrellamenti violenti al di fuori di ogni regola. Tutto pronto per il prossimo passo: la “remigrazione”, cioè la deportazione verso i paesi di origine di gran parte degli immigrati senza troppe sottigliezze etiche e anticaglie obsolete come il diritto di asilo… una prospettiva questa (la remigrazione) in Italia già esplicitamente opzionata da Salvini. L’immigrazione, quindi, viene vissuta come minaccia alla propria identità e -come tale- respinta.
Il fatto è che la nostra identità culturale -ben al di là della relazione con l’immigrazione- non dovrebbe essere considerata come un oggetto, un depositum definito una volta per tutte, da tenere in una teca di vetro al riparo da ogni inquinamento. E’ vero esattamente il contrario: la nostra identità culturale è una cosa viva che -fin da quando eravamo bambini- si definisce progressivamente e si sviluppa ogni giorno attraverso un continuo processo di acquisizioni, confronti e modifiche che non si può “congelare” ad un certo punto del cammino rinunciando ad ogni confronto esterno. Ovviamente ognuno ha in mano il controllo della sua evoluzione, ha la possibilità di accogliere o scartare quanto l’incontro con la diversità gli propone e la libertà di modificare o meno le sue convinzioni, ma chiuderci nelle nostre “assolutezze” ci impoverirebbe, costringendoci a stare sempre sulla difensiva e a considerare ogni confronto come un pericolo e non come una potenziale occasione di arricchimento.
A tutti noi viene più facile accogliere le idee simili alle nostre o almeno più facilmente compatibili con esse: ci gratifica, ci conferma e non ci costringe a modificare nulla nel nostro giudizio. E dunque “irrigidirsi” di fronte ad una convinzione diversa dalla nostra costituisce la reazione più naturale e prevedibile. Tuttavia l’atteggiamento alternativo non è quello di rinunciare alle nostre certezze e gettare alle ortiche le nostre convinzioni, quanto piuttosto quello di “incuriosirsi” di fronte ad un diverso modo di pensare e (almeno) ipotizzare che qualcosa di interessante per noi potrebbe esserci anche al di fuori del perimetro che abbiamo già esplorato.
Irrigidirsi e incuriosirsi sono due atteggiamenti alternativi: chi si irrigidisce non accetta di rendere permeabili le certezze acquisite per non correre il rischio di doverle modificare; chi si incuriosisce accetta questo rischio proprio perché non considera mai definitiva la loro certezza ed è disposto a modificare il proprio giudizio. Chi sarà più saggio?
