L’intelligenza artificiale è entrata in modo silenzioso ma pervasivo nelle nostre vite quotidiane: dal navigatore che ci guida in ogni spostamento, agli assistenti vocali che ci ricordano appuntamenti e promemoria, fino agli algoritmi che -sui social o nelle email- ci suggeriscono cosa leggere, vedere o comprare. Tutti questi “servizi” presentano un innegabile vantaggio, ci rendono più rapidi ed efficienti: non dobbiamo più ricordarci a memoria i numeri di telefono o preoccuparci per la strada da percorrere, basta un clic e l’informazione è disponibile. Ma c’è un rovescio della medaglia: quando il cervello smette di esercitarsi in certe funzioni i circuiti neurali associati tendono a indebolirsi.

Come ha ben spiegato Paolo Benanti nel suo articolo “Debito cognitivo e resa cognitiva” su Il Sole 24 Ore: “quando le società industriali trasformarono il lavoro fisico in lavoro sedentario, il corpo umano, plasmato da milioni di anni di movimento, cominciò a patire l’assenza di esercizio. La risposta fu l’invenzione della palestra: chi si iscrive in palestra non lo fa perché la vita moderna non richieda sforzi, ma perché i suoi sforzi quotidiani non allenano più il corpo in modo equilibrato.” Allo stesso modo, abbiamo bisogno di una “palestra della mente” per mantenere in forma la capacità di ragionare lentamente, di sopportare l’incertezza, di resistere alla lusinga della risposta immediata.

Spesso siamo spaventati da questa “intelligenza artificiale” della quale non riusciamo a percepire nitidamente i limiti e l’invadenza. Interessante -a questo proposito- la riflessione di Claudio Cerasa nel suo recente saggio “L’antidoto”: tra il pessimismo culturale di chi considera l’intelligenza artificiale come una forza fuori controllo che viaggia più velocemente della nostra capacità di governarla, e l’ottimismo ingenuo di chi pensa che tutto andrà bene perché i computer sono belli, bravi e intelligenti, propone -come terza via- l’ottimismo tecnologico “di chi si accorge che, con la giusta guida umana, l’innovazione può aiutare i lavoratori creativi e dare loro la possibilità di fare meglio il proprio mestiere.”

E’ ovvio che -qualunque funzione svolga l’intelligenza artificiale- senza un essere umano che si assuma la responsabilità finale, la fiducia non è possibile: penso con angoscia a quello che potrebbe accadere [o è già accaduto?] quando all’intelligenza artificiale si affidano le armi e la decisione di uccidere. Tuttavia è vero che il metodo giusto -come suggerisce lo stesso Cerasa- sta nell’approccio in cui “l’innovazione va studiata, va sperimentata, va capita, non va nascosta sotto il tappeto, non va trattata come i tassisti hanno trattato Uber, e l’unico modo per non esserne schiacciati è provare a governarla, senza celebrarla troppo e senza demonizzarla a priori.”

 

Riflettendo sulla metafora della palestra mentale di cui abbiamo bisogno per tenere in esercizio le funzioni cerebrali che -anche senza accorgercene- deleghiamo all’intelligenza artificiale, temo che qualcosa di simile stia gradualmente accadendo anche alla nostra capacità di comprendere gli eventi storici e politici che ci coinvolgono e -soprattutto- alla nostra capacità di parteciparvi senza limitarci al ruolo di spettatori rassegnati. Anche in questo caso siamo chiamati a trovare una “terza via” tra i due opposti atteggiamenti che stanno prevalendo: quello di chi crede che partecipare consista solo nell’accodarsi chiassosamente ad una delle tifoserie contrapposte che si coalizzano velocemente su qualsiasi argomento (la “famiglia del bosco”, il bombardamento dell’Iran, le migrazioni forzate, le accise sui carburanti, i suicidi in carcere… come se una cosa valesse l’altra a livello di importanza e gravità!), e quello di chi -stufo della complessità e del “rumore”- rinuncia ad ogni partecipazione, disinteressandosi di tutto e chiudendosi nel suo privato universo. La terza via non può essere diversa dal cercare ogni volta di approfondire il merito delle questioni e le conseguenze che ogni scelta comporterebbe. Non è facile, ma è certamente più serio che schierarsi pregiudizialmente su un fronte o l’altro oppure gettare la spugna.

Così come l’intelligenza artificiale può diventare una stampella che ci indebolisce o un trampolino che ci potenzia, lo stesso accade per la nostra partecipazione alla vita sociale. La differenza sta in come decidiamo di usare le opportunità che abbiamo: passivamente o attivamente, delegando o dialogando. A noi la scelta.