Quando -soprattutto dagli anni sessanta- il sistema multilaterale globale si andava progressivamente strutturando, il suo impianto sembrava (o almeno a me sembrava) né più né meno che il trionfo del buon senso: gestire i rapporti internazionali in modo cooperativo, affrontando congiuntamente -su scala planetaria- i problemi comuni, non aveva solo l’intento di prevenire nuove guerre, ma consentiva concretamente di stabilire regole condivise su commercio, salute, diritti umani, sviluppo economico, ecc., in un contesto il più possibile “sicuro”, proprio perché definito collettivamente.

Ricordo il senso di compiutezza e di speranza che mi davano le riprese televisive della sala dell’assemblea generale delle Nazioni Unite: una sorta di condominio planetario in cui, per la prima volta nella storia, sedevano tutti -piccoli e grandi, potenti e fragili- con il segnaposto del proprio paese in ordine rigidamente alfabetico dall’Afghanistan allo Zimbabwe, indipendentemente dalla rilevanza geopolitica, economica o militare, così che la delegazione della minuscola Islanda si ritrovava gomito a gomito con quella della grande India e quella della smisurata Russia con quella del piccolo Rwanda… . Ovviamente nessuno era così ingenuo da credere che bastasse una scenografia simbolica ad annullare le differenze di potere e a creare magicamente maggiore giustizia e stabile pace, ma sembrava comunque che la strada per allontanarci dall’uomo delle caverne e della clava fosse quella giusta. 

Quella sala è ancora lì, le delegazioni continuano ad incontrarsi, ma il clima e la fiducia non sono più gli stessi: le regole condivise non sono più condivise da tutti, l’interdipendenza che avrebbe dovuto funzionare da antidoto ai conflitti ha finito per essere considerata una patologia… ed è ripartita la corsa all’accaparramento di risorse e territori “con le buone o con le cattive”. Di alcuni “gioielli di famiglia” come l’autodeterminazione dei popoli o la cooperazione internazionale, si parla ormai come ingenuità d’altri tempi.

Che sta succedendo? Perché il sistema che ha consentito per decenni di concordare politiche economiche e indirizzi politici, di stabilire codici di comportamento e reciprocità di relazioni sta andando in pezzi? Siamo davvero stati vittime di una illusione collettiva? 

Forse dobbiamo ammettere una verità scomoda. Il multilateralismo a cui ci eravamo affezionati è stato possibile perché l’occidente era dominante, la crescita attenuava i conflitti e la memoria delle catastrofi del novecento era ancora viva: oggi nessuna di queste condizioni è pienamente vera.

L’impianto multilaterale non sta crollando solo per il “capriccio” di leader avidi e cinici, ma anche per una tensione strutturale irrisolta. Questo multilateralismo è stato costruito su alcune assunzioni forti, che oggi non reggono più allo stesso modo: la convergenza degli interessi (si dava per scontato che l’interdipendenza economica avrebbe progressivamente allineato gli interessi strategici) e il primato delle regole sul potere (si è creduto che istituzioni e norme potessero imbrigliare stabilmente la logica di potenza). Il problema non è che quelle idee fossero “false” o “sbagliate”, ma che sono state applicate come se fossero leggi storiche, non scelte politiche sempre reversibili. 

L’illusione non era l’armonia possibile, ma la sua irreversibilità. L’errore è stato pensare che l’armonia della struttura fosse un punto di arrivo, anziché un equilibrio instabile da manutenere costantemente. Il nodo di fondo è che il multilateralismo funziona solo se i forti accettano limiti, i deboli accettano compromessi e tutti accettano che non sempre si vince. Oggi -purtroppo- sta prevalendo l’idea opposta: massimizzare la sovranità e il controllo. Questo è il vero cambio di paradigma. La conseguenza è il ritorno esplicito alla politica di potenza: il diritto internazionale diventa decorativo, la deterrenza sostituisce la cooperazione.

E allora? Che si fa quando un sogno si interrompe e -svegliandoci- ci rendiamo conto che la realtà non coincide esattamente con quello che stavamo sognando? Ripartiamo dalla realtà correggendo -per quanto possibile- gli errori, le approssimazioni e le ingenuità precedenti. Non rinunciamo al sogno di un condominio planetario che riesce a trovare compromessi costruttivi e impariamo a non considerare sempre assolute e “universali” le nostre convinzioni. Consideriamo la realtà con maggiore lucidità e pragmatismo distinguendo le situazioni come sono da come vorremmo che fossero. 

E’ un lavoro lungo, ma l’alternativa è lasciare tutto nelle mani dei voraci guastatori che non hanno sogni e non sopportano chi li ha.