“La guerra di Piero” non c’è più, si è decisamente evoluta: non si marcia più “con l’anima in spalle”, non bisogna più decidere se sparare “in fronte o nel cuore”, non c’è più il tempo per “vedere gli occhi di un uomo che muore” e non c’è più neppure il rischio che “quello si volta, ti vede e ha paura…”. Ora è tutto più pulito: gli sguardi non si incrociano, la paura non si vede, il sangue non schizza, l’urlo non si sente… “Game over”. Non c’è più il corpo e senza corpo la morte sembra meno “morte”, perde ogni concretezza, si riduce a un numero, una notizia. Dire “si contano centinaia di vittime” non è lo stesso che trovarsi davanti alle centinaia di corpi nei sacchi neri delle strade di Teheran, a quelli nei lenzuoli bianchi tra le rovine di Khan Younis, a quelli martoriati nel kibbutz di Re’im, a quelli nelle fosse comuni di Bucha.
La differenza tra la il drone e la baionetta non è nella tecnologia, è nella distanza “fisica” tra chi colpisce e chi è colpito, nella differenza sostanziale tra corpi e numeri: la morte non ci tocca quanto dovrebbe perché la non tocchiamo con mano, è stata emotivamente sterilizzata, ridotta a un dato di una oscena contabilità. “Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia.” (Papa Francesco in Fratelli Tutti, n.261)
Le regole dei rapporti tra gli stati, quelle dei trattati internazionali, delle convenzioni approvate all’ONU sembrano ormai saltate, c’erano voluti decenni a costruirle e sono bastati pochi mesi per distruggerle: è stato sufficiente ripristinare un’unica antica regola, quella del più forte, e darne prova continuamente senza limiti morali o geografici.
In queste condizioni ha ancora senso parlare di “regole“, di diritti umani, di accordi internazionali? Noi vogliamo continuare a credere che abbia ancora senso: il fatto che tali regole vengano sistematicamente violate non è un motivo sufficiente per gettarle alle ortiche. Le regole su questioni così gravi non sono inutili perché marcano la linea di confine che ci rende consapevoli della loro violazione. Inoltre -anche quando il loro rispetto ci sembra ipocrita- proprio la necessità di accampare giustificazioni finisce per ribadirne il valore morale e politico; se non contassero nulla, non ci sarebbe nemmeno bisogno di fingere.
Per una curiosa analogia con l’ipocrisia, mi colpisce il contrasto tra regole teoriche e prassi reale sulla questione della privacy. E’ di questi giorni la notizia che sia stato possibile localizzare dove si trovava Ali Khamenei intercettando le telecamere nelle strade di Teheran e studiando i movimenti delle auto al servizio dei massimi dirigenti del regime; tuttavia -anche senza arrivare questi casi limite- mi chiedo se abbia ancora senso continuare a normare in maniera ossessiva la “privacy” delle persone (dagli infiniti moduli da firmare per ogni analisi clinica al consenso sull’uso dei cookie per accedere a qualunque pagina web…) se chi ha interesse ad acquisire informazioni in qualunque ambito riesce comunque ad ottenerle. Sono passati ormai quasi trent’anni dall’entrata in vigore della legge e credo che -se fosse ancora vivo- anche il prof. Rodotà sarebbe d’accordo sull’esigenza di ripensare il concetto stesso di privacy e le sue odierne modalità di applicazione per non ridurla ad un mito al quale offrire tributi normativi.
Non è un momento facile per nessuno, le guerre in corso si moltiplicano, si intrecciano e si alimentano reciprocamente. La “linea del fronte” non è più una linea, ma un poligono con infiniti e mutevoli lati; le conseguenze economiche non sono più limitate alle zone di conflitto, ma lambiscono ogni angolo del mondo… come una marea che sta montando e che non c’è modo di fermare.
Non ho soluzioni da indicare, né ragioni dimostrabili per contare su una svolta imminente e un esito felice; ma la speranza sì, una speranza che -a differenza di uno sterile e passivo ottimismo- ricerca attivamente una direzione verso cui muovere e scommette sull’insorgere di nuove variabili capaci di invertire la direzione delle cose. Il desiderio che la sostiene è lo stesso di Piero, il soldato del testo di De Andrè dal quale siamo partiti: “Lungo le sponde del mio torrente, voglio che scendano i lucci argentati; non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente.”
