Il Fatto Quotidiano di sabato scorso riportava (QUI) una veloce e istruttiva intervista a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, dal titolo Sui migranti la sinistra non gridi ai fascisti: risponda a chi ha paura.

Sala insiste sulla necessità di un piano nazionale per l’integrazione perché, afferma, «ci sarà pure una via di mezzo tra Salvini che dice ‘chiudiamo i porti’ e la sinistra che per anni ha detto ‘siamo tutti fratelli’» e aggiunge «Io vado in giro a dire: signori, noi dall’apertura ci guadagniamo perché attraiamo investimenti, turismo, paghiamo il prezzo dell’immigrazione. Ma questo discorso sui territori non ha presa. La gente è razzista? Parte dal concreto. Se l’immigrato bivacca nel parchetto dove gioca mia figlia, se nella graduatoria per le case popolari a lui la assegnano prima di me… Non siamo razzisti ma lo diventiamo quando gli immigrati toccano i nostri bisogni e opportunità.»

Ecco, la gente parte dal concreto e nel concreto -soprattutto quando è abilmente alimentata e cavalcata- scatta la paura, il vero propellente delle politiche che si vanno affermando un po’ ovunque. Una paura che non va ignorata, né enfatizzata, va invece affrontata, spiegata, disinnescata riportandola sul piano della ragione, dei numeri, della realtà. Un lavoro di normalizzazione che va fatto quotidianamente, nel concreto delle singole situazioni, al supermercato, in metropolitana e in fila alla Asl, non solo in colti convegni o nei centri di accoglienza.

In un altro passaggio dell’intervista Sala afferma: “Il Pd non può ripartire da persone della mia età. In confronto a M5S e Lega, noi non siamo giovani e abbiamo facce usurate. Nando Pagnoncelli mi ha detto: ‘Pensa alle ultime foto della campagna elettorale: Salvini era in piazza Duomo col rosario in mano; i grillini con i loro ministri, per dare l’idea di essere pronti a governare; la foto del Pd era la manifestazione antifascista a Macerata’. Lo dico da antifascista: è un errore usare l’antifascismo come simbolo della nostra esistenza politica.”: Le convinzioni di principio non vanno nascoste o edulcorate, ma le riaffermazioni dell’antifascismo, dell’uguaglianza, della libertà… si pongono sul piano ideologico e non su quello di risposta concreta;è come quando i grillini dicono che bisogna essere onesti: è vero, ma essere onesti è un modus operandi, non un programma politico.

Non dobbiamo confondere piani comunicativi molto diversi tra loro:

– quello dei valori che è importantissimo, ma è la cornice che dà senso all’agire: non è l’agire;

– quello dei contenuti del nostro agire e degli obiettivi che vogliamo raggiungere: il programma politico;

– quello delle modalità con le quali vogliamo raggiungere gli obiettivi.

In sintesi: il perché, il cosa e il come. Tutte e tre importanti e tutte e tre indispensabili, ma se rispondiamo a chi cerca lavoro che siamo democratici e antifascisti, non saprà che farsene della nostra risposta perché essa appartiene ad un altro piano: alla domanda di “come” si deve rispondere con il come, pena il non essere capiti e quindi considerati inutili e inadatti.

Sul piano del consenso non riusciremo mai a battere una promessa -anche se insensata e irrealizzabile- con un teorema! La partita del consenso si gioca sul come; senza consenso finiremo per raccontarci tra noi il cosa e il perché nel confortevole spazio sospeso fra il sogno e la nostalgia, che non è esattamente lo spazio della politica.