“Digiunare è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Serve a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione”: così Leone XIV, nel suo messaggio per la quaresima, interpreta il senso del “digiunare” che acquista -in questa prospettiva- una impegnativa dimensione sociale decisamente diversa dal virtuoso e intimo “fioretto” al quale ci esortavano da bambini.

Il “digiuno” come pratica volontaria mi evoca sempre -per contrasto- il digiuno forzato di chi è costretto alla fame dalla penuria di risorse, dalla migrazione forzata o dai conflitti bellici sul territorio in cui vive.  Il nesso tra guerra e fame era peraltro già stato sottolineato da papa Leone nel suo messaggio alla FAO della scorsa estate: “Oggi assistiamo desolati all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame la popolazione è un modo molto economico di fare la guerra. I primi obiettivi militari diventano le reti di approvvigionamento idrico e le vie di comunicazione. Ciò fa sì che ingenti quantità di persone soccombano al flagello dell’inedia e periscano, con l’aggravante che, mentre i civili deperiscono per la miseria, le élites politiche s’ingrassano con la corruzione e l’impunità”.   Inutile aggiungere che le vittime di questa pratica sono esclusivamente civili, così come quando si impedisce con la forza la distribuzione umanitaria di beni di prima necessità a quanti -in seguito al conflitto- non hanno di che nutrirsi o curarsi.

Di approccio radicalmente diverso la ritualizzazione delle proprie convinzioni religiose messa in scena nello Studio Ovale della Casa Bianca: un ispirato presidente seduto ad occhi chiusi alla sua scrivania, circondato da una ventina di pastori evangelici che gli impongono le mani e invocano il favore divino su di lui pregando per ottenere “protezione per le nostre truppe e tutti i nostri uomini e donne che prestano servizio nelle nostre forze armate.”  Una preghiera collettiva che, con tutto il rispetto per le convinzioni religiose di ognuno,  è apparsa sconcertante dopo la dichiarazione del segretario di stato Marco Rubio, che affermava essere l’Iran retto da “fanatici religiosi” proprio mentre l’irrituale preghiera chiamava in causa l’altissimo al fine di assicurarsene l’appoggio in una guerra destinata sempre più ad avere i contorni della crociata. Dal canto suo il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, per “celebrare” in conferenza stampa il giorno di attacchi più intensi contro l’Iran dall’inizio della campagna, salutava i giornalisti con il Salmo 144: “Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri“.

Appare evidente la diversità di approccio tra una convinzione religiosa che spinge ad un maggiore impegno e una maggiore responsabilità “per appianare, con ferma volontà politica i contrasti per favorire un clima di reciproca collaborazione e fiducia per il soddisfacimento di comuni bisogni”[Papa Leone alla FAO] e una convinzione religiosa che -come nel rito celebrato nello Studio Ovale- invoca da Dio un sostegno alle proprie truppe armate dando per scontato di essere dalla parte del “giusto”. Pare di essere tornati indietro di novecento anni ai toni di Urbano II quando -al concilio di Clermont (1095)- propose la prima crociata per liberare il Santo Sepolcro (il cui equivalente -nella guerra attuale- sembra essere piuttosto lo Stretto di Hormuz!).

Ognuno può ovviamente scegliere l’approccio che preferisce; a me sembra più coerente (e anche più “occidentale”) colui che sceglie i suoi obiettivi politici in base ai valori in cui crede, rispetto a colui che sente il bisogno arruolare il trascendente a servizio degli obiettivi politici che ha scelto, facendoli coincidere con il bene assoluto. 

Pecco forse di eccessiva laicità?