Sabato 26 Dicembre 1868 il “Giornale di Roma” (n.293) dava la notizia della fondazione dell’«Istituto di educazione pei fanciulli ciechi» e quest’anno al Centro Regionale Sant’Alessio spegneremo le candeline per i 150 anni della nostra incredibile storia di impegno in favore dei disabili visivi.

Il pezzo pubblicato dal “Giornale di Roma”, ovviamente con il linguaggio e la mentalità dell’epoca, ci dà le coordinate delle motivazioni dell’opera, dei soggetti coinvolti, delle modalità operative e della partecipazione della città. L’autore rileva la mancanza di un’opera capace di dare “un conforto speciale ad una classe di sventurati, la più bisognosa e forse la più meritevole di compassione, qual è quella dei poveri ciechi”, rammaricandosi che a Roma, malgrado la necessità, non fosse ancora stato possibile “far sorgere un Istituto a somiglianza di quelli che già si ammirano in alcune città dell’Europa e dell’America”.

Chiarito il perché (“dare conforto speciale agli sventurati” pareva un obiettivo sufficientemente condivisibile senza bisogno di doverlo giustificare) si passa al come: “… affinché cotale opera eminentemente cristiana, iniziata alcune caritatevoli persone, potesse acquistare la voluta estensione e stabilità, il Santo Padre per dar forma e governo al novello Istituto nominò un’apposita Commissione” (in questo la procedura non è cambiata). La Commissione si accinse all’esecuzione del suo compito “rivolgendosi alla generosa pietà dei Romani” con “una pubblica sottoscrizione per chi volesse cooperare con oblazioni fisse annuali o mensili a migliorare la sorte della classe infelice dei ciechi…” (il fundraising non è stato inventato adesso). La pubblica sottoscrizione funzionò, consentì l’avvio dell’Istituto e continuò negli anni successivi. Nel 1896 il giornale dà conto della “partecipazione cittadina” elencando i doni dei cittadini più eminenti: “dalla Real casa 100 mandarini, 4 prosciutti cotti, 7 fagiani; dal Commendator Torti 100 saponette; dal Cavalier Buttarelli 38 metri di cotonina a quadri bianchi e turchini; dal sig. Gigliesi 2 passi di legna da ardere; dal sig. Cesari diversi ingressi gratuiti al Teatro Argentina; dalla Regia accademia di S. Cecilia e altre società musicali alcuni ingressi gratuiti alle accademie e ai concerti…”  (non banale il fatto che accanto alle necessità materiali non manchi il contributo all’accesso alla cultura).

Trovo istruttivo questo tuffo nel passato.

Ci possono certamente far sorridere alcune espressioni pietistiche e ci può apparire velleitario l’onere del welfare basato solo sulla carità dei cittadini, ma siamo sicuri che il nostro sistema, certamente più evoluto sul piano della percezione del diritto e della ridistribuzione delle risorse pubbliche, riesca alla fine a dare sempre le risposte necessarie? Non è squallido essere arrivati a dover giustificare l’impegno per “gli sventurati” come se fosse una colpa di cui scusarsi? E’ forse accettabile che le istituzioni pubbliche prendano decisioni consapevoli di creare enormi problemi sociali e fingano che questo non li riguardi, anzi cavalchino tale disagio per il loro tornaconto politico?

Potranno apparirci patetici i “38 metri di cotonina a quadri bianchi e turchini del Cavalier Buttarelli” e i “due passi di legna da ardere del signor Gigliesi”, ma non è più patetico chi oggi arriva a considerare gesti di solidarietà un reato di favoreggiamento?

Dobbiamo rimettere a fuoco i nostri “perché”, altrimenti nessun “come” avrà significato.