Luiz Inácio da Silva, più noto con il soprannome di Lula, è un uomo di 72 anni che ha iniziato a lavorare a 12 come lustrascarpe e come operaio metallurgico a 14. A 35 anni è stato cofondatore del Partido dos Trabalhadores, poi deputato e a 57 anni è stato eletto presidente del Brasile. E’ stato presidente per due mandati (dal 2002 al 2010) e i sondaggi lo danno favorito alle prossime elezioni presidenziali del 10 ottobre alle quali è candidato. Ma Lula si trova ora nel carcere di Curitiba dove deve scontare una pena di 12 anni per corruzione. Il Brasile, quinto paese del mondo per popolazione (210 milioni di abitanti), è spaccato tra coloro che si rallegrano per la condanna e la conseguente impossibilità di rielezione, considerandola un successo della magistratura nel processo per le tangenti dell’azienda petrolifera statale Petrobras e coloro che la considerano invece una faccenda politica, architettata apposta per evitare la rielezione. La vicenda giudiziaria è ancora aperta e ovviamente non possiedo elementi per dire da che parte sta la verità, ma mi colpisce l’esagerata polarizzazione delle convinzioni: o santo o diavolo, nessun distinguo, nessuna contestualizzazione, nessuna sfumatura.

La tendenza alla radicalizzazione delle posizioni non è ovviamente riferita solo al caso di Lula, ma riguarda più in generale il nostro modo di giudicare. Mi preoccupa questa moda di ridurre situazioni complesse a scelte secche: si o no, buonista o razzista, giusto o sbagliato. Sempre senza se e senza ma. E con i se e i ma sono spariti anche i dipende, i contesti, i grigi, i punti di vista, le analisi delle condizioni e degli scenari futuri. Le opposte convinzioni, non più mitigate dall’analisi, si estremizzano e trasformano quello che potrebbe essere un dialogo costruttivo in insulti reciproci.

Non c’è niente di strano o di sbagliato nell’avere convinzioni diverse, lo sbaglio -o meglio la falsificazione- sta nella fretta di semplificare e nell’ansia di schierarsi. Stiamo diventando tutti guelfi o ghibellini, e ci sembra non ci sia gusto senza esagerazione.

Ed ecco che, solo per fare qualche esempio, o la globalizzazione è un demonio da esorcizzare o è una splendida opportunità per tutti, o papa Francesco è un illuminato profeta o è un insulso curato senza spessore, o le migrazioni sono sempre un dono del cielo che non c’è bisogno di governare o sono il male assoluto da impedire con ogni mezzo, anche a costo di lasciare affogare le persone in mare.

Probabilmente sono fuori moda, ma a me i giudizi troppo spicciativi non piacciono; preferisco le sfumature di grigio, anche se non sono cinquanta.